Stan Lee wall in Glasgow by EJEK

CON LUI L’UOMO DELLA STRADA DIVENTA EROE

Nel novembre del 2018, all’età di 95 anni, ci lascia Stan Lee: la sua inevitabile scomparsa richiama all’ordine certe considerazioni storico-letterarie sull’idea di simbolo e sul peso che questo possiede nella cultura occidentale. Per chi non avesse familiarità con la figura del geniale sceneggiatore statunitense, egli – assieme ad artisti altrettanto fenomenali quali Steve Ditko, Jack Kirby, Don Heck – diede vita a complessi personaggi di fantasia le cui qualità assolute si manifestavano mediante la presenza di poteri tanto eccezionali quanto occasionali.

La rivoluzione antropologica di Lee determinò la scelta di quelle capacità, il loro utilizzo e, soprattutto, il rapporto profondamente conflittuale tra l’individuo colpito e un potere di cui avrebbe fatto volentieri a meno. Il suo lavoro fu infatti riflesso di una società composta da uomini semplici che uscivano dalla seconda guerra mondiale con le ossa rotte, dopo aver combattuto la più grande idea di male che la storia recente avesse mai partorito. Uomini minuti diventati improvvisamente eroi, con una nuova identità collettiva che partiva direttamente dal basso. In un’epoca in cui la società già iniziava a sostituire la devozione con simboli più tangibili ed efficaci, Lee assegnò ancora una volta all’uomo della strada la capacità di salvare il mondo, recuperando in chiave narrativa l’idea dell’antico pantheon di divinità dotate di qualità straordinarie, legandola ora a sentimenti nobili, quotidiani e puri; ora a debolezze, contraddizioni, difetti dei singoli. Una rivoluzione in piena regola che venne immediatamente recepita e restituita dall’arte secondo ben definite e sovversive preferenze: un effimero dinamico, sacrificabile, invincibile al posto di storia e certezza sociale. Questa l’essenza della Pop.

La triste dipartita di Stan Lee glorifica oggi quel momento storico carico di fermento come l’ultima nostra grande età dell’oro. Allo stesso tempo, purtroppo, impoverisce un contemporaneo già demotivato: ben lontana da un qualsivoglia concetto di fede, la nostra epoca non è stata in grado di creare nuovi miti altrettanto radicati e forti. L’arte – che della società è specchio – accetta un immobilismo freddo e seriale, relegando i pochi eccezionali accenti ad arcane bizzarrie di nicchia. Di divinità neanche l’ombra, nessuna traccia all’orizzonte di esseri fuori dal comune. Attendiamo, con ansiosa e allarmata fiducia, l’inizio della prossima era.

Francesco Mutti

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