E adesso siamo qui, ancora disarmati davanti alla grande tragedia, a pochi giorni dalla presunta fine del lockdown, parola nuova che abbiamo imparato a tradurre troppo presto.

C’è voglia di ricominciare, certo, c’è voglia di riprendere le nostre abitudini, il periplo dei nostri giorni inquieti. Ma sappiamo che il virus è ancora lì, in mezzo a noi, col suo messaggio di morte, con le sue terribili sentenze.

Eravamo disarmati due mesi fa, lo siamo ancora, in forme forse maggiori. Sessanta giorni non sono bastati, non potevano bastare a incatenare la paura. Abbiamo ancora un ampio ventaglio di virologi che continua a parlare di rischi alti per la popolazione, di distanze impossibili da mantenere, di un virus che dovrebbe rifarsi vivo in autunno.

Ma il braccio di ferro tra la salute ed il profitto è sotto i nostri occhi da settimane. Dovrebbe vincere la prevenzione, ha trionfato l’economia, tanto in Italia quanto altrove. Perché, al di là di quanto suggeriscono i virologi, la macchina infernale della produzione non si può fermare, perché la competitività del Paese deve essere garantita, sempre e comunque. E poco importa se determinati settori, in questa lunga crisi, hanno potenziato le loro quote di mercato: le industrie alimentari, quelle farmacologiche, quelle legate ai dispositivi medici, perfino quelle della pulizia e della sanificazione. Non basta, non resta sufficiente.

Perché il mondo guarda all’Italia anche su altri temi: la moda che non può rinviare le sue collezioni (Milano Moda si è tenuta puntualmente anche quest’anno, fino al 24 febbraio, tra i primi, chiari segnali di Coronavirus), l’enologia che deve pubblicizzare dovunque il nostro vino, il turismo che si porta dietro la cultura, la ristorazione, i trasporti, fino al manufatturiero, cardine essenziale del PIL italico.

Affermare che le disposizioni sulla prevenzione verranno scrupolosamente osservate da tutte le aziende è oggi pura utopia. Ma in un mondo in cui ognuno prova a salvaguardare il suo futuro, industriale, economico e penale, appare normale che ognuno abbia una fetta di verità da proporre.

Sarà una lunga partita a scacchi. Dopo una penosa attesa, proviamo a muovere le prime, importanti mosse. Non c’è voglia di arroccarsi. Si affronta la partita in mare aperto. Il Governo, al di là di tutto, sceglie la via del movimentismo. Che la forza sia con noi.

custodisce mille interessi. Giornalista, saggista, medico chirurgo plurispecialista, ma soprattutto napoletano, il mestiere forse più difficile e complesso. Ama la vivacità culturale, le tesi in penombra, la scrittura raffinata e ribelle. Ma ama anche la genialità del calcio e la creatività dell’arte. Crea le sue rubriche settimanali su alcuni quotidiani nazionali muovendosi sul pentagramma del costume, dei new-media, della cronaca. È stato più volte senatore e parlamentare della Repubblica perché era affascinato da quella battaglia delle idee che oggi sembra, apparentemente, scolorirsi.

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