LA PARABOLA DISCENDENTE DA DUCHAMP A KOONS – PARABLE DESCENDING FROM DUCHAMP TO KOONS

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Lorella Pagnucco Salvemini Direttore ARTEiN

Lorella Pagnucco Salvemini
Direttore ARTEiN

Lorella Pagnucco Salvemini – I francesi lo chiamavano succès de scandal. Il termine aveva un suo fascino torbido, rimandava a qualcosa di peccaminoso, lasciava immaginare chissà quali lussurie in quali alcove. A praticarle erano i personaggi del bel mondo, baroni impettiti e impomatati, duchesse pallide e lascive, alti prelati dalla scarsa vocazione. Per non parlare dello stuolo di artisti sempre pronti con la scusa di un ritratto ad approfittare della faiblesse di gran dame per allacciare rapporti carnali e acquisire notorietà. Tempi che furono. Ci penseranno le avanguardie storiche, l’esistenzialismo, il femminismo, il ‘68 e le relative rivoluzioni sessuali, dei costumi e mediatiche a far apparire le trasgressioni di nonni, bisnonni e trisavoli ingenue, poco allettanti, ridicole, perfino. Eppure, ricorrere alla provocazione per ottenere popolarità è un modo tuttora piuttosto utilizzato, specie nel settore dell’arte contemporanea. Come se ci fosse ancora molto di cui scandalizzarsi. Come se fossimo rimasti a Duchamp e fosse necessario épater le bourgeois. Come se esistesse oggi un borghese che si lasciasse scuotere da una sfida d’artista. Quasi bastassero raffigurazioni di amplessi di personaggi famosi, di un papa abbattuto da un meteorite, di squali e tigri in formaldeide a conferire all’istante a quelle opere dignità estetica. Il discorso si fa ingarbugliato e si presta a fraintendimenti. Dalla fine dell’’800 ai grandi movimenti del ‘900, si è imparato a considerare come parte preponderante del fare artistico l’impeto polemico, dissacrante. L’arte liquida il ruolo di edonistica convivenza con il bello per riservarsi la funzione di svegliare le coscienze, di stimolare riflessioni profonde. Anelito nobile e condivisibile. Purtroppo, a oltre un secolo di distanza, tocca assistere a un epigono alquanto triste: predominio della trovata sull’idea, della volgarità sullo stile. Impera, anche nelle arti visive, un linguaggio che rimanda alla caserma, osceno (fuori scena, etimologicamente), che non si capisce perché debba godere delle luci della ribalta. Oltraggio al pubblico pudore, vilipendio alla chiesa, allo stato sono reati previsti dal codice, non encomiabili comportamenti estetici. Invece, questi artisti assurgono rapidamente agli onori della cronaca (sempre a caccia di notizie che suscitino scalpore), di una certa critica modaiola e pecorona (che li appoggia nel timore di non sembrare sufficientemente moderna) e del mercato (che visto il can-can mediatico comincia a comprare, non si sa mai). Più che pasionari sinceramente in lotta contro i mali del nostro tempo, questi soggetti ricordano il cinismo di certi pubblicitari, abili strateghi dell’affermazione di un prodotto. Tutto diventa lecito, purché si parli di loro. Protestano, ma non accettano le proteste di chi dissente. Scalpitano, urlano alla censura, fanno gli indemoniati. Intanto le quotazioni crescono, in alcuni casi raggiungono cifre astronomiche. Prendiamo Hirst, Koons, Cattelan & company, per esempio: bisogna ammettere, hanno del genio. Chapeau a chi è stato capace di convincere tanta gente a spendere tanti soldi. Ma, per piacere, non chiamiamo capolavori i loro manufatti. Fanno pensare, sì: a tutto fuorché all’arte.

 

THE SPENGLER PROPHECY IS COMING TRUE

The French used to call it succès de scandale. The ambiguously appealing term referred to something sinful evoking any sort of sexual performances happening in some bedrooms. The main subjects were high society people, stiff and spruced up noblemen, pale and lascivious duchesses, scarcely devoted clergymen. Not to mention the multitude of artists who, on the pretext of painting a portrait, were eager to take advantage of ladies’ faiblesse with the purpose of seducing them and become a celebrity. Long gone days. Historical avant-garde movements, existentialism, feminism, the events of 1968 along with the closely related sexual, moral and media revolution will all contribute to make grandparents’, great-grandparents’ and all ancestors’ transgressions sound naïve, not much enticing, or even laughable. And yet, provocation is still a popular expedient on the pursuit of success, particularly in the contemporary art world. As if there was still much to be shocked by. As if we were stuck with Duchamp and there was still an urge to épater le bourgeois. As if middle class could still be shaken by an artist’s provocation in such a way that the depiction of celebrities’ sexual intercourse or a Pope struck by a meteor, or sharks and tigers in a tank of formaldehyde were by all means enough to bestow those works with aesthetic value.The topic gets complicated and lends itself to equivocation. Starting with the late 19th century until the big 20th century art movements we got used to consider an argumentative and irreverent approach as an essential element in the process of making art. Art loses its task of hedonistic communion with beauty whilst keeping the mission of raising awareness, of provoking deep thought. A noble and appealing yearning indeed. Unfortunately, more than a hundred years later, we ought to witness a rather depressing imitation of the supremacy of gimmicks over ideas, of coarseness over style. Billingsgate and obscene language (etymologically meaning off scene) is prevailing even in the realm of visual arts, and it’s hard to understand why it deserves fame.Outraging public decency, insulting the Church and the Nation are all felonies included in the criminal law rather than praiseworthy aesthetic choices. But these artists quickly hit the headlines of papers always seeking for sensation in their columns. They’re supported both by spineless, compliant critics (who dread being labelled as not modern enough) and rapidly become a hit on the Market (as a result of the media phenomenon people start to buy, just in case). Far from genuinely fighting the evil of our times, these people recall some cynical admen, skilled strategists at selling a product. Everything is allowed, as long as people are talking about them. They complain, but won’t accept complaints from those who disagree. They make a fuss condemning censorship, they go crazy. Meanwhile prices rise, sometimes hitting excessive figures. If we take for instance Hirst, Koons or Cattelan just to mention a few, we must admit they have genius. Well done those who managed to convince so many people to spend so much money. Just please let’s not call their products masterpieces. They sure make you think, yes, about anything but art.

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