Abituati da lungo tempo a vivere nel segno/concetto del con, e per giunta in quella sua più ampia e infinita espansione che ha portato all’abolizione di frontiere, controlli e quant’altro, l’improvviso avvento del coronavirus e il suo estendersi pandemico ha indotto un vero e proprio sconvolgimento di abitudini, probabilmente irreversibile, sviluppato tutto sul concetto/segno del senza.

Viviamo senza la possibilità/capacità/volontà di poter lasciare la nostra abitazione nella quale ci siamo autoreclusi, viviamo senza poter incontrare i nostri genitori/figli/parenti/amici, senza poter fare quattro passi, senza poter vedere il mare e/o la montagna, senza poter andare in un museo/in un teatro/in uno stadio, senza poter riprovare il piacere dell’abbraccio.

Ma siamo ancora liberi di pensare e di riflettere. E così cerco di fare.

Avendo vissuto e vivendo ancora tra scienza ed arte (o forse tra arte e scienza), e constatando come la pandemia in atto abbia sorpreso la scienza impegnata a tutto campo nel trovare con affanno le più immediate e giuste “chiavi” alla risoluzione del problema, cerco rifugio nella visionarietà degli artisti rammentando tre episodi vissuti con altrettanti amici e dislocati nel tempo che, a mio avviso, possono farci comprendere l’ineluttabilità di quanto previsto e avvenuto, farci identificare il modus operandi individuale e collettivo finalizzato al suo superamento, e farci ritrovare la fiducia in noi stessi, nelle nostre sensorialità e nella giusta capacità di ri/relazionarsi.

Il 29 aprile 1969 Elio Marchegiani, partendo dall’interruzione del progetto Apollo 11 (quello con cui gli americani sarebbero andati sulla luna il 21 luglio dello stesso anno) a causa dello starnuto di un astronauta dentro la sua tuta spaziale, presentava nella Galleria Apollinaire di Guido Le Noci le 9000 mosche vive, facendoci intendere come un virus infinitesimale fosse capace di fermare e rinviare il sogno avvenirista dell’uomo, e riconoscendo alla mosca, per dirla con le sue parole, il ruolo di “insetto infettante, creatura ecumenica ministra del contagio, egalitaria livellatrice epidemica che avrebbe, pertanto, potuto ricondurci tutti alla fratellanza”.

Il 13 novembre 1971, Lucio Amelio proponeva nella Modern Art Agency di Napoli “La rivoluzione siamo noi”, la prima mostra italiana di Joseph Beuys (che avremmo avuto la possibilità di seguire nel tempo e nel pensiero grazie anche ai tanti incontri promossi da Lucrezia De Domizio Durini cui ci lega un profondo legame) impegnato nell’evidenziare la necessità indifferibile del giusto rapporto tra l’uomo e la natura, riconoscendo all’arte un indiscutibile valore antropologico e all’uomo la capacità/necessità di cambiare il mondo grazie ad un’azione individuale/collettiva da leggersi quale “scultura sociale” e quindi “opera”.

A metà gennaio 1975 si completa la stampa di Calendario, il volume edito Guido Le Noci per le Edizioni Apollinaire di Milano sul lavoro di Armando Marrocco (alla cui stesura si è lavorato per alcuni anni muovendosi tra Napoli e Milano) con il prologo e i commenti a mia firma e un’introduzione di Pierre Restany, incentrato tutto sulla conoscenza/percezione del centro, oggetto e soggetto della ricerca dell’artista/amico/fratello, scandita tra ipotesi e verifica che vede l’uomo, tra mito e memoria, fulcro cinetico del presente permanente e quindi fattore del suo stesso destino, e della ri/configurazione della società in cui vive.

Il che vuol dire, tornando all’oggi che ci ha resi uguali e uniti nella pandemia, andare oltre ogni paura logica e possibile, e rammentare, come leggiamo nella lettera di Epicuro a Meneceo, che “Quando noi viviamo, la morte non c’è. Quando c’è lei, non ci siamo noi”.

E noi viviamo.

 

Dai primissimi anni ’60 lo trovi a raccontare l’arte (molto spesso anche i suoi - dell'arte - tanti rapporti con l’esercitata scienza) e a colloquiare con gli artisti. Lecce, Bologna e Urbino i luoghi della formazione. Roma, Torino e Napoli quelli del fare. Libero e creativo, ha perso il conto dei buchi su una tela, ha rotto un bicchiere napoleon liberando la mosca prigioniera, ha vissuto il ’68 e dialogato sul concetto, ha pieno di parole un Calendario senza fine, ha dato alle fiamme cavalli di cartapesta su una pira, e… Trentacinque anni fa rammentando Minotaure ha inventato “ARTE&CRONACA”.

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