“Voglio una vita spericolata, voglio una vita come quelle dei film”. Dagli altoparlanti del supermercato la voce di Vasco sembra beffarsi dei volti coperti dalle mascherine, in fila alla cassa. Sguardi bassi, sfuggenti, movimenti veloci. Subito dopo l’annuncio: “siete pregati di mantenere le distanze”. Quella stellina di pasta all’uovo mi fissa, da giorni, sul mestolo appeso sopra i fornelli. Sarebbe bastato un gesto per interrompere ogni comunicazione, eppure sento di esserle affezionata. Le ho dato un nome: Priscilla. Ieri sera ho ricevuto un filmato che ritrae un branco di cervi dall’aria stupita girottolare per il viale a mare deserto di Viareggio, la mia città natale. Ho letto un articolo sul ripopolamento dei conigli nei parchi di Milano. Si parlava di “riconquista” e “immagini mozzafiato”. Abbiamo tolto il disturbo, siete liberi di riprendervi ciò che vi appartiene.

Stanotte ho sognato di cenare al ristorante, un evento, anche questo, del tutto straordinario.

La mia quarantena è inziata, cautamente, qualche giorno prima del decreto del 9 marzo, quando ancora la Toscana era considerata un’isola felice. Di ritorno dal Prado e dal Centre Pompidou il weekend successivo, avevo deriso i viaggiatori coperti da una mascherina e mi ero divertita all’idea che mi misurassero la temperatura in aeroporto: una sindrome di Cassandra collettiva a cui io, Ecuba, facevo resistenza. Così, dalla contemplazione del trittico del Giardino delle delizie di Bosch, mi ritrovo a contemplare la cromia del balcone, uno studiatissimo verde-azzurro-rosso di sdraio, sedie e tavolino. Ho spostato la redazione a Livorno, da qui continuo a lavorare. Mi vesto ogni mattina come se andassi in ufficio, così il mio tragitto letto–pc si espande in colazioni al bar, ricerca del parcheggio, incontri, immaginari. Di sera, mi cambio di nuovo: aperitivo in cucina e cena romantica, stessa cucina. Nel weekend nightlife: abbiamo una stanza per ballare. Sabato ho fatto le 5 di mattina.

Il nostro direttore, con cui ho l’opportunità di confrontarmi, mi ha suggerito una lettura: “Cecità”, di Saramago. In molti si sono commossi per i canti dalle finestre, le maratone musicali in streaming, i flashmob. Io, disincantata, vedo piuttosto i quadri di Goya sull’Inquisizione. Una psicopolizia di esempi morali che si affacciano per insultare, a prescindere, il passante. L’”assassino” dal palchetto in Johnny Stecchino, in confronto, è un’accusa da principianti. Indifferenti a responsabilità civili fino a un mese fa, contano adesso da dietro le tende le volte in cui l’untore va al supermercato, prestano attenzione al suo abbigliamento – trattasi di runner criminale o di vittima operaia delle fabbriche? Il tempo a diposizione per giudicare, ma soprattutto agire nella delazione, è troppo poco: conviene ricorrere ai social in cui sfogare, con calma, il livore contro le streghe di quartiere, sorprese dai telefonini e buttate in pasto al rogo della rete. È di un paio di giorni fa la notizia di un’operatrice socio sanitaria che al rientro a casa si è trovata affissa sul portone una comunicazione che qui riporto per intero, ma non merita alcun commento: “Cara dottoressa, sappia che in questo condominio abitano una neonata di sei mesi e una signora ultra ottantenne vedova. Perciò usi le massime precauzioni quando utilizza gli spazi comuni. Cioè quando deve toccare cancelli, scale, sottoscala e corrimano”. Dunque, homo homini lupus senza eccezioni: siamo tutti ladri di posti in terapia intensiva. Imbrutimento e squadrismo da divano, a questo sta portando l’isolamento? Mi chiedo, quando torneremo nelle piazze, se ci sarà mancato così tanto quell’abbraccio negato.

L’appiattimento del concetto di casa è un’altra riflessione che ricorre nella mia mente: è in alcune di esse che avvengono soprusi, violenze, ed è fuori, nella fuga o nell’aggregazione, dove realtà drammatiche hanno trovato finora sollievo e supporto. La casa non è, per tutti, un rifugio. A volte è la tana del lupo cattivo. Che ne sarà delle realtà più fragili?

Non ho contratto il virus, sto bene. E questo è sufficiente per sentirmi fortunata. Assisto spaventata, intorno a me, al dilagarsi di una tragedia. La mia amica Lucia è un medico: lotta nell’inferno senza mascherina, gliel’hanno rubata in treno. Mi piacerebbe intervistarla, la sua testimonianza sul campo mi fornisce regolarmente una misura delle condizioni disperate in cui chi aiuta, non viene aiutato. Cerco di valorizzare la quotidianità, di adattarmi come i dinosauri piccoli alla glaciazione. Ho studiato a memoria Eco, di Ungaretti. Lavoro con la mente. Camilleri, cieco prima della morte, elencava di notte i dettagli de La flagellazione di Cristo di Piero della Francesca, ripescandola nei ricordi. Ho provato, una domenica, a rilanciarmi come sportiva da camera, suscitando l’ammirazione dei presenti. Ma, come Paganini, non ripeto. Stasera ho appuntamento su Skype per le prove teatrali di Tradimenti, un’opera di H. Pinter a cui sto lavorando da mesi. Per mantenere salde le vecchie abitudini, come sempre, mi presenterò impreparata.

 

nasce a Viareggio. Poliglotta per passione, studia Ingegneria, ma i numeri le danno alla testa. Digital marketing specialist, entra in contatto con ARTEiN World come performer artistica. In attesa di iscriversi all’albo dei giornalisti, di notte, scrive.

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