Damien Hirst - The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living 1991, formaldehyde

Il tempo è galantuomo. O no?

L’arte contemporanea è effimera, ma il denaro investito no.

Questo semplice fatto rischia di creare un corto-circuito difficile da contenere.

I nostri musei di arte contemporanea sono pieni di opere “deperibili” o comunque non pensate per durare nel tempo, in certi casi stanno già nascendo complessi problemi di restauro.

D’altra parte, è normale preoccuparsi di proteggere valori ed investimenti, soprattutto quando si tratta, non di collezionisti che agiscono spesso per amore dell’arte, ma di istituzioni e banche che utilizzano l’arte come asset finanziario.

Sul piano economico, ci chiediamo come difendere il valore delle opere e se sarà sufficiente una testimonianza video-fotografica, ma sul piano filosofico ci chiediamo se c’è più rispetto per la caducità umana nel creare performance e fragili istallazioni o nel creare opere che vivano al di la del proprio autore.

Il deterioramento può essere visto anche come un dono del tempo e, a volte, come un intrinseco desiderio dell’artista di esprimere la fragilità della nostra condizione umana.

Quindi, forse, non dovremmo intervenire sulle opere e dovremmo, invece, lasciare che invecchino, si decompongano, si rovinino definitivamente.

In realtà, in più o meno tutto il secolo scorso, gli artisti si sono impegnati per sovvertire i canoni estetici e il concetto stesso di opera d’arte, attraverso l’utilizzo di rifiuti, il recupero e la ricomposizione di oggetti, la creazione di opere che prevedevano provocazioni di ogni tipo, oltre a tagli, sbrani, bruciature, distruzioni, ecc.

Allora, tutto questo non è che una stupida, inutile, speculazione dialettica e forse la nostra spesso miope visione mercantile ci impedisce di vedere le cose nella giusta prospettiva.

Per fortuna i giovani artisti che sto osservando con interesse e piacere non si pongono questo tipo di domande e fanno bene.

Lavorano e creano in armonia con le loro aspirazioni e le loro speranze.

D’altra parte, come si dice, il tempo è galantuomo, premia ma non perdona e ci dirà la verità sulle nostre paure e le nostre incertezze, sul “grande boh” dell’arte contemporanea.

Massimo Barlettani

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