Crochet Coral Reef

“Can’t help myself” Sun Yuan & Peng Yu

Sembra una grande teca da laboratorio dove si trova un macchinario enorme e minaccioso. Intorno si vede una pozzanghera di sangue che si espande in più direzioni. Ma dov’è la cavia?
Si rimane ad aspettare che si faccia vivo qualche topo altrettanto gigante e invece nulla. La macchina ha un pennello con cui riporta a sé il sangue quando si allontana troppo. Sempre 2 pennellate.
Poi qualcosa cambia.
La macchina esegue i due movimenti e poi si muove in modo bizzarro. Sembra un cobra che sta per attaccare, poi la coda di uno scorpione, poi ancora un animale che scuote la testa violentemente. Capiamo che la cavia è la macchina stessa che alterna fasi in cui è un semplice braccio metallico, a fasi in cui sembra animarsi e diventare un essere vivente in gabbia che cerca di scappare.
Alla luce di questo comprendiamo il gesto di riportare il sangue vicino. Quando ci feriamo, la priorità è chiudere la ferita e impedire che il sangue fuoriesca dal nostro corpo. La macchina sta cercando di fare lo stesso, con una precisione calcolata e impeccabile.
Ecco che quella sorta di danza diventa ipnotica, perché si percepisce con forza il contrasto tra le due identità dello stesso oggetto e il fascino dell’inanimato che si anima è irresistibile.

Eskalation, Alexandra Bircken

Le figure della Bircken sono chiaramente debitrici di quella pelle scuoiata in cui Michelangelo scelse di ritrarsi, nel Giudizio Universale della Cappella Sistina. Ora come allora, si avverte la tensione verso una verticalità che proietta lo spettatore verso le scale, le travi e il soffitto nel tentativo di emulare la scalata verso il paradiso compiuta da quelle anime. Qualcuna giace sul pavimento, sconfitta dalla forza di gravità o forse dal peso dei suoi peccati. Qualcun’altra riesce a raggiungere le travi ma la forma è ulteriormente appiattita contro il supporto e penzola nel vuoto. Sarà difficile che riescano a raggiungere la salvezza e la grazia divina. Sicuramente quella pelle nera e corrosa, simbolo della sporcizia terrena, non accompagnerà le anime durante il viaggio.

Padiglione del Brasile “Swinguerra”

È difficile trattare temi come le tensioni sociali di genere, razza e orientamenti sessuali con linguaggi leggeri, non violenti ma comunque penetranti. Nel padiglione del Brasile viene presentato questo splendido filmato intitolato “Swinguerra” che riesce a fondere questi temi con un aspetto fondamentale della cultura brasiliana: il ballo.
Ecco che la pista dove si sfidano i gruppi rivali diventa il teatro metaforico dove si svolgono le lotte in corso in tutto il mondo.
Già nel titolo si parla di guerra, perché i gesti e una certa mimica vengono mantenuti e inseriti nelle coreografie. Le dinamiche di sopraffazione, emarginazione e reinserimento vengono colte nel segno e nulla viene risparmiato a chi sa leggere tra le righe. Un’opera impegnata ma non impegnativa, perché il filmato corre veloce grazie allo splendido ritmo.

Crochet Coral Reef

“Crochet Coral Reef” di Christine e Margaret Wertheim è la riproduzione, cucita a mano, di una barriera corallina.
Il collegamento tra soggetto e tecnica è il tempo. Procedere un punto dopo l’altro, perlina dopo perlina, nodo dopo nodo evoca la lenta crescita della barriera corallina dovuta alla sedimentazione dei coralli.
La Grande Barriera Corallina copre oltre 2000 km ed è la più grande struttura formata di organismi viventi presente sulla Terra.
A causa dell’innalzamento della temperatura e dell’inquinamento sta perdendo il suo colore e sta morendo velocemente. Ecco che in quest’opera entrano in gioco due tempi: quello della costruzione e quello della distruzione. Il secondo è reso, all’interno dell’opera, attraverso la presenza di intrusi che sono talmente diffusi da sembrare parte integrante del reef.

Nicole Eisenman

Nicole Eisenman crea golem di vari materiali che anziché prendere vita dal tocco divino, sembrano concretizzare tutte le devianze, le perversioni e le ossessioni che si annidano nel lato oscuro dell’uomo. È lampante la mostruosità di queste forme, ma al tempo stesso è inevitabile provare compassione per loro, perché anche se sono terrificanti stanno piangendo in solitudine.
Un segno di speranza ci giunge dal constatare che le forme sono non-finite e potrebbero presagire a un finale migliore. Confidiamo nell’arrivo di un artista capace di recuperare la materia e rimodellarla cancellando ogni imperfezione formale e comportamentale.
Ritengo che il riferimento a Frankenstein espresso nella didascalia sia davvero azzeccato.

Cesare Orler

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