FRANCESCO VEZZOLI Copertina/Cover Vanity Fair 15/04/2020

Si conferma la liceità dell’appropriazione di materiali altrui

È diventata virale l’opera di Francesco Vezzoli realizzata per la copertina dell’ultimo numero di Vanity Fair. Un semplice tricolore italiano dipinto su tela e squarciato al centro da un singolo taglio di Lucio Fontana. Partendo dai dati oggettivi, la prima scritta in copertina recita “quello che è non quello che sembra” e già ci mette sull’attenti. Segue “una ferita ma anche uno spiraglio”.  Parole che sottolineano immediatamente il duplice significato del taglio: oscurità e luce. I due termini hanno anche una forte valenza spaziale, infatti i primi due sinonimi di ferita, nel vocabolario Treccani, sono taglio e lacerazione.

Quindi il collegamento con colui che nel Manifiesto Blanco del 1946 battezzò lo Spazialismo è servito. Quello che rende Vezzoli un artista colto e mai banale consiste però nella citazione di un’opera per palati fini, quella che Lucio Fontana realizzò in collaborazione con Hisachika Takahashi nel 1966. Rosalinde Krauss, la celebre direttrice di Oktober, in “L’originalità dell’avanguardia e altri miti modernisti” spiega che nell’era post-mediale viene meno il concetto di originale e l’appropriazione del materiale altrui diventa una delle pratiche più diffuse nell’arte contemporanea. Vezzoli, soprattutto in fotografia, non ha mai nascosto le sue fonti e utilizza comunemente il renactment. L’appropriazione può consistere in una collaborazione, un prestito o un furto e tra Fontana e Takahashi si parla della prima perché erano entrambi d’accordo e il risultato finale mostra il doppio contributo, ma nell’opera di Vezzoli si vede solo lo stile di Fontana.

Inoltre, dai dati in nostro possesso, ci manca un’informazione fondamentale: l’opera è materiale o digitale? Se fosse solo un photoshop come si potrebbe vendere all’asta e devolvere in beneficenza il ricavato come si legge sulla rivista? Se invece fosse intervenuto su un concetto spaziale dipingendo le due bande verticali sarebbe interessante capire il prezzo di vendita, perché l’opera porterebbe la firma dell’artista bresciano e dovrebbe aderire alle sue stime. Un precedente è fornito da Martin Kippenberger che nel 1987 comprò una tela astratta di Gerhard Richter, la incorniciò, aggiunse quattro gambe e trasformò il tutto in un tavolino.

L’opera si intitolava Modell Interconti e l’aspetto più curioso era che, oltre a portare la firma di Kippenberger, all’asta venne venduta a un prezzo molto più basso di quello che avrebbe ottenuto la sola tela di Richter. L’operazione di Vezzoli sta dialogando con la preesistenza in maniera alquanto intrigante. Non c’è alcun dubbio che l’operazione artistica e pubblicitaria sia riconoscibile e vincente, al tempo stesso, Vezzoli, senza far quasi nulla, è riuscito ad anteporre il suo nome a quello di Fontana ottenendo un’eco internazionale. Non ci rimane che attendere l’aggiudicazione d’asta e vedere se i conti tornano.

Cesare Orler

 

FRANCESCO VEZZOLI Copertina/Cover Vanity Fair 15/04/2020
FRANCESCO VEZZOLI
Copertina/Cover Vanity Fair
15/04/2020

crede profondamente nell’equivalenza arte=vita e vorrebbe “fare della propria vita come di un’opera d’arte” per dirla alla D’Annunzio. Si è laureato in conservazione e gestione dei beni e delle attività culturali a Venezia e sta completando una specializzazione in storia dell’arte contemporanea. Gestisce uno spazio televisivo dedicato alla divulgazione dell’arte contemporanea su OrlerTV, ama seguire da vicino artisti italiani emergenti di cui cura mostre e testi critici ed è accanito sostenitore di ARTEiNworld. Oltre all’arte gli piace anche il cinema e bere birra, di cui è raffinato intenditore, ma forse di tutto questo sa fare bene solo l’ultima.

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