Inge Morath - Eveleigh NASH a Buckingham Palace, Londra - 1953. © Fotohof archiv Inge Morath - Magnum Photos

La fotografa con la valigia
Un’esposizione cronologica documenta la sua vita avventurosa

Fin dai primi scatti esposti nella mostra dedicata a Inge Morath a Ca’ dei Carraresi, location sofisticata e raccolta, si percepisce, dietro l’obiettivo, la presenza dello sguardo di una donna intelligente e anticonformista, che ha immortalato e esplorato il mondo senza pregiudizi e reticenze, ma con una squisita e innata curiosità.

Interprete e traduttrice di origine austriaca, scopre la sua vocazione fotografica a Venezia nel 1951: proprio qui comprende che scattare le dà una gioia mai provata prima e le permette di esprimersi ancor meglio che con le parole; è sposata con un giornalista inglese e vive a Londra, ma il matrimonio finisce di lì a poco: decide, così, di andare a Parigi per iniziare la sua carriera nel mondo della fotografia.

Entra inizialmente come autrice e interprete nell’agenzia di Parigi della neonata Magnum Photos; sarà Robert Capa a rendere la fotografia non solo una passione, ma la sua professione: la nomina assistente di Henri Cartier-Bresson, con cui collabora per numerosi reportage. Cartier–Bresson trova nella Magnum libertà e innovazione, nonché la possibilità di sviluppare il suo approccio alla fotografia umanistica, che si prefigge di catturare le emozioni delle persone nella vita quotidiana, così come a quella surrealista, in netto contrasto con la moda patinata e commerciale di quegli anni.

Uno dei primi incarichi come fotografa, del 1953, è quello di ritornare proprio a Venezia per il volume illustrato “Venice Observed” della storica dell’arte Mary McCarthy. Si reca anche in Spagna, come assistente di Cartier-Bresson e nel 1954 ci ritorna da sola, precisamente a Madrid, per catturare un’immagine della sorella di Pablo Picasso, Lola, praticamente mai ritratta. Ci riuscirà, nel cuore della notte, portando a casa il primo di una serie di successi.

Il terzo viaggio del ‘55, questa volta solitario, sempre a Venezia, rivela la maturazione del suo approccio al mezzo fotografico, molto vicino a quello di Cartier-Bresson: si avvicina con l’obiettivo alla vita delle persone. Le immagini dei pescatori a Riva degli Schiavoni, dei bambini per strada coi loro grembiuli di scuola, dei passanti distratti e mal vestiti e di quelle calli, così assolate e malinconiche, ma ravvivate dai panni appesi, sono lo spaccato di una Venezia viva e popolare: vera.

Da lì in poi i viaggi si susseguono intensamente e ininterrottamente, così come gli scatti: Inge è una “fotografa con la valigia”, tanto che il marito, il noto drammaturgo e sceneggiatore Arthur Miller, conosciuto sul set de il film “Gli spostati” nel 1961, dichiara come nella moglie scattasse una frenesia per disfarla e rifarla, per aggiungere a ogni ritorno anche una nuova partenza. Ama così tanto spostarsi e approfondire la conoscenza dei Paesi che visita che spesso ne impara anche la lingua: sa parlare correttamente il tedesco, l’inglese, il francese, lo spagnolo, il rumeno, il russo e il mandarino.

Inge Morath riesce anche a fotografare l’aura di alcuni dei personaggi più famosi della storia, recandosi nei luoghi nei quali hanno vissuto, come la camera da letto di Tolstoj a Yasnaya Oyana, la biblioteca di Puskin, la casa di Cechov o la camera da letto di Mao Zedong e molti altri.

L’esposizione delinea, seguendo un filo cronologico definito, quindi, le tappe salienti della carriera artistica della fotografa, ma presenta anche uno tra i suoi vari progetti a lungo termine, realizzato in collaborazione con Saul Steinberg, incontrato nel 1958; l’artista si presentò per un ritratto indossando una maschera modellata da un sacchetto di carta: per diversi anni i due collaborarono a una serie di ritratti, dove persone singole o in gruppo posarono per la Morath con le sue maschere.

Una nota particolare merita anche la lunga video intervista proiettata nella sala finale, con i commenti del marito Miller. Per molti aspetti, le fotografie della Morath e i testi di Miller sono, infatti, due facce della stessa medaglia. Nei loro viaggi lei tradusse per lui, mentre l’opera letteraria del marito le fornì innumerevoli opportunità di incontrare un’élite artistica internazionale. A chiusura della visita, osservare il loro buen retiro nel Connecticut, poco distante da New York, permette, davvero, di entrare nel loro piccolo, quanto grande e interessante, universo.

Alice Gatti

INGE MORATH
LA VITA. LA FOTOGRAFIA.

Treviso, Casa dei Carraresi
A cura di/Curated by di Brigitte Blüml – Kaindl, Kurt Kaindl, Marco Minuz
Fino/Until 09/06

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