GERHARD RICHTER I.G., 1993 Collection of Ruth McLoughlin, Monaco © Gerhard Richter 2019 (08102019)

È artista conosciuto anche dai profani, ma la sua opera è indefinibile

L’opera di Gerhard Richter ha sempre dimostrato, e in particolare negli ultimi anni, di riuscire ad attrarre su di sé l’attenzione non solo degli addetti ai lavori, ma anche dei non-specialisti. Infatti, se chiedeste a qualche vostro conoscente, probabilmente vi capiterà di sentirvi rispondere che sì, certo che sa chi è Richter. Ma se, un po’ sadici, gli chiedeste in cosa consiste la sua arte, quali sono i suoi tratti tipici, quali temi emergono da quei piani sovrapposti di olii, acrilici, fotografie, specchi, tele e altri materiali disparati, ecco che incorrerebbero le prime difficoltà. Non ve la prendete con il vostro conoscente, le sue difficoltà sono le nostre. D’altra parte, l’opera di Richter è indefinibile – una trappola. Naturalmente, una di quelle trappole in cui lo sguardo ama cadere per perdere le sue certezze e le sue illusioni. In un certo senso – dato che la luce è quanto di più astratto, sebbene sia grazie a essa che possiamo vedere – è un abbaglio: credevamo di aver visto, tuttavia se proprio qualcosa abbiamo visto è stato quando siamo rimasti accecati. Così le fotografie di personaggi iconici, come i terroristi della banda Baader-Meinhof, Mao, Jacqueline Kennedy, venivano trasposte dall’artista in grigio, con tratti sfocati, come se emergessero da uno spesso strato di  oblio, segno che quei volti noti sarebbero potuti allo stesso modo rimanere se stessi e anonimi, ma anche essere altro, qualsiasi altro, e nessuno. Il noto diventa ignoto – quale angoscia – e il realismo si fa astratto – però, che liberazione!

Impersonale, volutamente privo di stile o di originalità, dipinge soprattutto quadri senza soggetto

Richter, insomma, è uno di quegli artisti che, nonostante la prolifica attività, più che creare, distruggono. Attraverso un tratto artistico che, con grande onestà, denuncia i propri artifici, compenetra, svuota, decostruisce e sovverte tutte le categorie su cui siamo soliti fare affidamento; impersonale, volutamente privo di stile o di originalità, asistematico, dipinge soprattutto quadri senza soggetto, che ci restituiscono i dubbi e i limiti che le nostre diottrie (o i nostri buoni occhiali da vista) avevano obliterato. Per chiunque volesse addentrarsi nella labirintica produzione di un artista che per tutta la sua carriera ha saputo rinnovarsi senza cambiare di una virgola, la mostra al Met Breuer di New York “Gerhard Richter: Painting After All” (fino al 5 luglio) è una tappa obbligata. Dalle più recenti serie dedicate ai campi di sterminio nazisti (Birkenau, 2014) e al musicista John Cage (Cage, 2006), fino ai primi e iconici lavori Uncle Rudi (1965) e Betty (1977), con oltre cento opere la mostra si accredita come una delle più importanti retrospettive dedicate all’artista degli ultimi anni. Con la certezza e l’augurio che, percorrendo i piani fisici del museo e quelli visivi dei dipinti, qualcosa dell’arte di Gerhard Richter, after all, rimarrà comunque celato ai nostri occhi, nella macchia cieca dove quel che vediamo e quel che crediamo di vedere non si incontrano mai.

Gerhard Richter
Painting after all
Met Breuer
New York
A cura di Sheena Wagstaff
Benjamin H.D. Buchloh
Fino al 05/07

traduttore per diverse case editrici italiane, collabora con ARTEiN World per la recensione dei più interessanti libri d’arte pubblicati all’estero e ancora inediti in Italia.

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