Rodrigo Godà Coelho Branco 2017

La tendenza all’accumulo affolla la composizione di dettagli

Fin dalle sue origini, il modernismo brasiliano si caratterizza per l’insaziabile voracità di stimoli provenienti dall’esterno, e allo stesso tempo dal recupero delle proprie tradizioni più autoctone. Si tratta di una tendenza quasi schizofrenica, perché fortemente progressista da una parte, ma altrettanto conservatrice dall’altra, che il poeta Oswald de Andrade, in un manifesto del 1928 (Manifesto Antrópofago) ha definito come meglio non si potrebbe, antropofagia. Il messaggio è semplice: quello che si va cercando fuori dal Brasile, c’è già stato in Brasile, e il futuro è nel passato, perché “avevamo già il comunismo. Avevamo già la lingua surrealista. L’età dell’oro”. Qualcuno, scrive de Andrade, potrebbe persino pensare che Cristo sia nato a Betlemme. Niente di più sbagliato: è nato a Bahia. L’opera di Rodrigo Godá, pur evidenziando una felice originalità, manifesta la propria appartenenza a questa feconda tradizione. Tendenza all’accumulo, anzitutto: i suoi quadri possono essere visti sia come grandi e ingarbugliate composizioni, nelle quali l’horror vacui restituisce la diversità di un paese attraversato da innumerevoli contraddizioni, sia come agglomerato di minuziose miniature, dove ogni dettaglio costituisce un mondo a sé stante.

 

Ancora, una intensa dialettica tra natura e tecnologia: pantere, treni, pipistrelli e ingranaggi, funghi e motori, fiori, pesci, razzi; caravanserragli dotati in fondo di un loro preciso ordine, dato da accostamenti di forme e colori così eterogenei fra loro da ricordare il Carnevale. E per finire, nel pieno del paradosso del realismo magico, e all’incrocio fra le occidentalissime pop e street art, il proficuo dialogo di un artista con la sua terra e con le sue idiosincrasie. Allo stesso tempo, il grido di protesta di un abitante del pianeta, preoccupato per la catastrofe ecologica nella quale andiamo vieppiù affondando, e il grido gioioso di un bambino, che tutto costringe in forme semplici e immediate per dar vita a fantasiose invenzioni, totem capaci di mettere in comunione con forze primeve, giocattoli sul punto di rompersi. Godá, come ogni artista brasiliano, ha la sua personalissima rivoluzione caraibica da compiere: aprire un orizzonte che guarda avanti e indietro al tempo stesso, dove la diversità, senza perdere nulla di ciò che la caratterizza, dà vita a unità. È questa, forse, l’età dell’oro, la nostra infanzia, il futuro che continuiamo a posticipare, ma che, come diceva Dostoevskij, abbiamo già vissuto, è che può essere qui e ora, se solo lo vogliamo.

 

Rodrigo Godá
Surrealismo tropicale
A.M. Arte Moderna
Brescia
A cura di
Gianluca Marziani
Aguinaldo Coelho
Fino al 18/01/2020

Francesco Agnellini

 

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