L’arte come strumento di verità

In quel periodo mi stavo interessando al lavoro di Flavio Costantini, un pittore e illustratore romano che viveva a Rapallo e aveva trovato un punitivo sistema per mantenere la concentrazione ai massimi livelli: siccome le finestre del suo studio si aprivano sul Golfo del Tigullio, le aveva completamente oscurate per non farsi distrarre da quel panorama mozzafiato. Usando alcuni finissimi pennelli aveva creato in quella situazione da recluso la serie degli “anarchici” che lo avevano reso celebre. In occasione di una delle ricorrenti visite mi comunicò che la casa editrice milanese Vanessa intendeva dedicargli una monografia da distribuire nelle edicole, come era capitato per gli omaggi rivolti ad altri maestri contemporanei da Moore a Baj, Guttuso, Vedova, Pomodoro, Rotella, Consagra, Del Pezzo, Scanavino, Nespolo etc. Mi chiese pertanto di ideare un testo da affiancare a un saggio di Leonardo Sciascia concepito per quella pubblicazione.

Si apriva così per me l’opportunità di incontrare un personaggio importante nel campo della letteratura legata a quel nostro tempo denso di travagli politici e sociali. Grazie ai buoni uffici di Costantini ottenni un appuntamento. Pertanto nel luglio del 1981 mi recai in un austero palazzo (un ex convento) della Capitale situato in vicolo Valdina che ospitava gli uffici della Camera. Infatti Sciascia era allora Deputato del Partito Radicale e si rifugiava sovente in quelle stanze per leggere e per elaborare il frutto del suo pensiero. Dopo aver ottenuto il lasciapassare dal milite di guardia, fu proprio il ticchettio di una macchina da scrivere a guidarmi verso la sua porta attraverso il dedalo dei corridoi altrimenti immersi in un silenzio irreale. Venni accolto dal sorriso di colui che l’amico Renato Guttuso, figlio della più nobile Bagheria, chiamava bonariamente il “montanaro di Racalmuto”. E proprio Guttuso era stato uno dei suoi riferimenti preferiti avendo egli dedicato saggi a pittori che trattavano tematiche a lui congeniali, in primis la denuncia sociale.

Sciascia infatti intendeva l’arte come mezzo di conoscenza della realtà e come strumento di verità. Gli chiesi se era possibile, in quel nostro tempo così tormentato, scrivere la verità. E lui: “Io lo faccio: non so fino a quando mi sarà possibile”. Gli domandai ancora se per lui era facile scrivere la verità: “Sì, è facile. Certo ci si deve rassegnare a subire attacchi quasi da ogni parte. Esistono tante verità ma l’importante è che non ci sia la malafede che inquina tutto”. E la verità scomoda emergeva da Il giorno della civetta e da A ciascuno il suo, centrati sulla mafia e i suoi delitti, da Il contesto, da Todo modo, da L’affaire Mor…E nel componimento intitolato L’allegoria come ricerca del reale, che introdurrà il fascicolo dedicato a Flavio Costantini, l’anarchico veniva preso a emblema di una ideale, estrema ribellione: “Patetico sino a sfiorare il comico, irrompeva da intruso in quelli che Machiavelli chiama i luoghi alti. I luoghi alti della tragedia: e la rigenerava, dopo qualche secolo di desuetudine. All’opposto lo scrittore, il conformista, il conforme a sé. Non il gesto, ma le cose, ma gli oggetti, ma i simboli della sua vita non vissuta, ma scritta (Pirandello: “La vita o la si vive o la si scrive”). Pochissime cose bastano alla sua identità, a volte una sola”.

Ma come si sentiva Sciascia nello scomodo ruolo di Cassandra? “Io non mi sento né un veggente, né un profeta, ma uno che somma dei dati della realtà e ottiene un determinato risultato, che è abbastanza matematico. Date certe premesse, non potranno che esserci determinate conseguenze e quindi non mi fa paura scrivere di certi argomenti”.

Luciano Caprile

è nato a Genova e vive a Pegli con uno sguardo ai monti e uno al mare dal cui contrasto nasce l’ispirazione. Si occupa d’arte contemporanea da più di quarant’anni avendo avuto la fortuna di conoscere e di frequentare importanti artisti come Enrico Baj, Arnaldo Pomodoro e Fernando Botero, tanto per citarne alcuni, cercando di indagare l’intima motivazione del loro gesto creativo da riversare nei testi di presentazione di mostre in spazi pubblici e privati italiani e stranieri. L’incontro con “Arte in” è avvenuto nel 1993 in occasione di una copertina dedicata a Ugo Nespolo. E da quel momento non ci siamo più lasciati.

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