Cattolico, benefattore dei poveri, ossessionato dal tempo

In futuro, tutti saranno famosi nel mondo per 15 minuti. 

Andy Warhol

Con quel distacco empatico dal genere umano che ama esibire, Andy Warhol racconta l’effimera società consumistica americana e le sue celebrità, il suo fittizio anticonformismo, anche le sue tragedie. Applica lo strumento narrativo per eccellenza di quella società – l’immagine – e riscatta i confini tra arte, pubblicità, cronaca. Esaspera la serialità figurativa e la fa diventare iconica per cavalcare verso la business art. Andrew Warhola figlio di immigrati slovacchi modestissimi, quando arriva nel ‘49 a New York da Pittsburg, nella valigia ha però solo una laurea e tanta voglia di immortalità.

Nel ’60 i primi lavori di pittura Pop scalzano l’Action Painting e l’Espressionismo astratto, è solo l’inizio: dalle bottiglie di Coca Cola e le zuppe Campbell’s, alla produzione di cortometraggi e film, dalle riviste ai libri, all’Andy Warhol’s TV non si ferma, neppure quando Valerie Solanas gli spara a bruciapelo nel ‘68. Sopravvissuto miracolosamente, chiude le porte della Factory e continua a produrre tematiche pittoriche vecchie e nuove, iniziative filmiche sperimentali.

A dispetto della sua serialità Andy è stato un pezzo unico: predisse il passaggio al virtuale

Tutto ciò è storia nota, ma di lui sfugge sempre qualcosa. Sì, perché a fianco al dandy metropolitano cammina un Andy oscuro dal “fascino radicato nella disperazione”, che pensa di avere “un aspetto tremendo” (sue definizioni), benefattore dei senzatetto, cattolico praticante, con l’ossessione del tempo. Farlo conoscere senza la protezione dell’eccentricità è l’intento dei curatori della mostra alla Tate Modern: documenti che parlano di immigrazione, disegni che schiudono la sua omosessualità, le sue parrucche, le pitture dove si insinuano pensieri di morte e religione.

Numerose le serie pittoriche, poi si incontrano le nuvole argentate fluttuanti (Silver Clouds, ‘66), l’ambiente multimediale musicale e psichedelico con il primo lungometraggio Sleep, fino a Sixty Last Suppers dell’86 (per la prima volta esposta nel Regno Unito) e i lavori dell’ultimo periodo, toccati dall’impatto dell’epidemia di AIDS che ha coinvolto molti suoi conoscenti.

Tutto pare avere un peso, anche le scatole di cartone del detersivo Brillo. A dispetto della sua serialità, Andy Warhol è un pezzo unico: negli anni ’60 aveva già compreso il mondo della self culture, l’epocale passaggio dal reale al virtuale: “Gli ologrammi saranno presto un’eccitante realtà. (…) potrai avere la festa 3-D proprio a casa tua, potrai fingere di esserci”, scrive nella sua pubblicazione filosofica del ’75, “In futuro, tutti saranno famosi nel mondo per 15 minuti”. E così fu. Aveva immaginato anche che una sua mostra, un giorno, sarebbe stato possibile visitarla solo virtualmente?

Andy Warhol
Londra
Tate Modern
Fino al 6/09
A cura di
Gregor Muir
Fiontán Moran
Yilmaz Dziewior
Stephan Diederich
www.tate.org.uk

Maria Angela Tiozzi

 

 

 

Ha sempre amato la pittura, ma si è trovata iscritta al Liceo Scientifico, finito con il minimo sforzo e il minimo dei voti. Il rovello artistico però non si placa e in un solo anno prende la maturità artistica, questa volta con il massimo impegno e quasi il massimo dei voti. Poi Accademia di belle Arti, laurea con lode a Ca’ Foscari e pubblicazione della tesi. Approfondisce studi artistici a Salisburgo e alla passione per l’arte si unisce quella per la scrittura. Convivono ancora felicemente. Recentemente ha inaugurato il suo nuovo studio e festeggiato un ventennio di collaborazione con ArteInWorld.

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