Rosso Plastica M3 1961

Scoprì l’arte nel ’49 durante il suo internamento nel campo di Hereford

La pittura, irriducibile presenza è il bel titolo dell’evento che raccoglie opere di Alberto Burri (1915-1995) nell’isola di San Giorgio Maggiore a Venezia, negli ambienti della Fondazione Giorgio Cini (10 maggio – 28 luglio). La mostra, curata da Bruno Corà, presidente della Fondazione Burri, ripercorre, per exempla significativi, tutte le tappe del percorso artistico del maestro umbro la cui opera ha trovato perfetta sede espositiva permanente a Città di Castello, negli Ex Seccatoi del Tabacco e a Palazzo Albizzini nella Fondazione che porta il suo nome.

 

DAL RIPUDIO DELLA PROFESSIONE
MEDICA ALLA SCOPERTA CREATIVA
DI SACCHI, VECCHI LEGNI E LAMIERE

 

Si è voluto ravvisare nel primo sacco di juta, creato nel 1949, un uso simbolico della materia pregna di memorie e significati: il pezzo di fibra tessile veniva dal campo di detenzione americano di Hereford, in Texas, dove, ‘irriducibile’ ufficiale medico, catturato a Tunisi, era stato spedito dagli inglesi durante la seconda guerra mondiale. È qui che la felice parabola creativa, che porta Burri a rivoluzionare il mondo dell’arte con l’inquietante bellezza di vecchi sacchi, legni bruciati e lamiere, ha avuto inizio. Rifiutatosi di esercitare la professione medica per un tipo di umanità che disprezzava, “in guerra, e per di più in prigionia, si impara a conoscere gli uomini, e quegli uomini a me facevano schifo”, nel recinto n. 4 dove è internato, cambia indirizzo alla sua vita e diviene pittore. Lo scrittore Giuseppe Berto, che con lui condivide la prigionia, diventando suo grande amico, lo descrive: “uomo terragno… ancorato alla terra al pari di un contadino di buona razza etrusca” “in disaccordo con l’intera umanità”. Lo sappiamo schivo, di poche parole, dubbioso del potere della parola critica di raccontare la creazione artistica. Ama invece la poesia e la letteratura, e unisce la sua opera a Saffo, ai lirici greci, a Dante e a Ungaretti.

 

LA PITTURA È IRRIDUCIBILE PRESENZA
DEL SUO OPERARE, CHE SPERIMENTA
SU DIVERSI MATERIALI DI RECUPERO

 

La pittura è irriducibile presenza nel suo operare, nata come spazio di libertà in un luogo di reclusione, anche se Burri lavora con materie diverse che strappa, lacera, cuce, infiamma, cauterizza, in una ricerca che mette incessantemente alla prova materiali e tecniche. Lavora per cicli, dai Catrami del 1948 (miscele di olio, catrame, sabbia e vinavil) alle Muffe, dai Sacchi degli anni ‘50 (tele di juta strappate e ricucite) alle Combustioni (1953), dai Legni (1955) ai Ferri (1958), fino alle Plastiche (1960), ai Cretti (1970) e ai Cellotex. Sono tutti materiali che l’artista utilizza con inedite valenze estetiche, in una pratica liberatasi dal soggetto e dalla figurazione, in cui i mezzi espressivi scelti vengono utilizzati per la loro valenza cromatica e di texture. “I materiali non hanno alcuna importanza”, sostiene l’autore. Legni, plastiche e ferri sono usati come colori, cuciture, giunture, bruciature; come pennelli, perché nel lavoro d’arte, evidenzia Burri, uscendo dal silenzio che è congeniale al suo essere, “la nostra stabilità è solo equilibrio e la nostra sapienza sta nel controllo magistrale dell’imprevisto.

Myriam Zerbi

 

 

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