Bergamo, mezzi militari con le bare delle vittime del Covid-19/Military vehicles carrying coffins of the victims of Covid-19

Sono spariti in troppi, spesso senza l’ultimo saluto

Se fossimo ancora al tempo in cui le cose avevano un significato, questo nostro tempo di Covid-19 nelle narrazioni orali sarebbe definito “l’anno quando il cielo cancellò i vecchi”. Il narratore direbbe che “li fece sparire e vivi e morti”. Mi sarebbe piaciuto vivere in quel tempo, quando restavano ancora alcuni valori morali, quando un vecchio era ancora un punto di riferimento, rispettato e il suo ricordo aveva un valore. Oggi un vecchio è un intralcio, utile solo per la pensione che percepisce e per quanto serve a fare da grandad sitter per i nipotini, i quali spesso lo hanno in uggia perché coi suoi racconti di soldati, di fame e di fatiche li distraggono dallo spippolare una battaglia di guerre stellari dal loro computer.

Per fortuna loro è arrivato il Coronavirus che ha portato via in massa gran parte della più vecchia generazione del ‘900, quella degli anni ’30-‘40, che morire doveva prima o poi, morire comunque, ma non con la furia scatenatasi feroce, silenziosa, subdola come un immane disastro della natura, e non con il meccanicismo necessariamente cinico dell’apparato predisposto alle possibili cure, senza spesso sapere cosa come e quando intervenire e se fosse davvero utile intervenire, tanto erano stati colti di sorpresa da un male inatteso a proposito del quale gli addetti ai lavori, avevano pronte decine di tesi diverse su come intervenire. Inoltre, gli infettati si moltiplicavano. Che fare? E così è sparita questa generazione del ‘900, dico sparita non per non citare la morte, ma perché è sparita davvero, in un nulla eterno, senza un cenno d’affetto, senza una presenza amica o un ultimo sguardo ricco di memorie. Sciocchezze, mi direte, sarebbero morti ugualmente, ma me lo direte solo perché sani e fra amici e perché siete giovani.

La straziante agonia nelle terapie intensive: negato il conforto dei familiari

Ma io che sono vecchio, che ho avuto un vago ma importante imprinting di guerra e di morti, un dopoguerra di fame e ricco solo di un impegno disperato sul lavoro. Io che li ho conosciuti, so cosa si sono portati dentro in un tragico silenzio, in un disperato abbandono in un estremo desiderio di seguitare a vivere per poter scambiare un addio, lasciare almeno un ultimo ricordo. E invece no: la sparizione in massa di questa generazione, è un racconto degno di Edgard Allan Poe, anche se oggi pochi sanno chi sia questo scrittore dell’orrore. Questa morte straziante bruciata nel dolore giorno dopo giorno me la sono fatta raccontare da chi l’ha vissuta e ne è scampato, e da addetti ai lavori: infermieri delle ambulanze, medici, portantini, fino agli “incassatori”.

Cercate di riviverlo con me questo maledetto, apparentemente banale, sortilegio della sparizione di un vecchio. Un’odissea senza parole. Avvertito il malessere, i parenti hanno chiamato il medico che a sua volta ha chiamato l’ambulanza. Il paziente, oppresso dalla difficoltà respiratoria, ma conscio della malattia, pur confuso cerca aiuto con gli occhi sui volti conosciuti da sempre che sono lì a soffrire con lui. Ma è un attimo. È lì che comincia a sparire, nascosto dietro una maschera ad ossigeno che gli comprime il volto e deforma le immagini, sparisce nell’ambulanza, frastornato dalla maschera, dalla sirena e dalla tensione; ascolta vagamente e risponde vagamente, e una volta in ospedale, pur avendo momenti di assenze e non capendo quello che si dice attorno a lui, in fondo non ci sente un gran che e qui tutti parlano basso. Come in chiesa.

Poi ancora domande, insistenti, quando? Come? Dove? Non lo sa, non lo sa. Ancora lettighe, corridoi, il portantino si ferma a parlare con un collega e lui legge a stento che sulla porta c’è scritto “Commiato”, poi il reparto. Il dolore lo opprime, la macchina alla quale è attaccato sospira, si lamenta, traccia un segno di vita verdastro. Lui cerca di parlarle, ma non si capiscono o, forse, non parla affatto, pensa di farlo. Il tempo non passa, il respiro è sempre più complesso del giorno prima, è dolore, solo dolore, uno sforzo di trovare aria. Così morirà, chiedendosi dove sia mai sua figlia, ha quella sola, ha una visione lampo in cui rivede la nascita del nipotino. Anche lui deve essere lì. Ma dove? Il respiro è dolore, il petto è dolore, la solitudine una fossa spaventosa nella quale crede d’essere caduto, come se lo avessero già sepolto. Ma certo no, certo ora arriva sua figlia. Dice soffocato che il dolore è insopportabile, chiede che lo addormentino ma non prima che arrivi sua figlia.

Un meccanismo implacabile e cinico. Alla fine di tutto resta l’urna con le ceneri

Muore straziato da morse feroci al petto. Muore cercando un ultimo sorso di fiato che non trova e si esaurisce in un grido. L’ultimo. Il resto è veloce, perché deve sparire veloce dal reparto, dai corridoi, dall’ascensore che lo porta giù, sempre più giù, depositandolo fra altri cadaveri. Ma a lui tutto questo non interessa più, non saprà che l’hanno messo in un una cassa, che l’hanno portato a un crematorio. Poi, a suo tempo, finalmente a casa, in una ciotola di ceramica, ricordo di una generazione trafugata. Non è la morte di una intera generazione che mi sconvolge, è la sua sparizione, il meccanismo necessariamente cinico con il quale queste persone son diventate cenere, coi parenti che l’hanno saputo a cose fatte, sparite senza memorie e senza un atto di pietà: la lunga colonna grigia dei vecchi che hanno rappresentato un momento particolare del nostro paese si snoda nel ricordo.

Sono stati loro a ricostruire l’Italia, loro a lavorare nei cantieri in mezzo a campi che stavano diventando città, loro che consumando una gamella di pasta fredda hanno lavorato dieci ore di fila per far ripartire la nostra economia massacrata dalla guerra, che si sono battuti inventando e sviluppando il miracolo economico che ha fatto dell’Italia la settima potenza industriale, che ha mandato a scuola le nuove generazioni, anche se molti di loro non avevano studiato. Eppure erano libri: bastava ascoltarli parlare ed era come leggere Pratolini o Emilio Cecchi. Raccontavano cose vissute, non lette e interpretate da altri. Loro sapevano le verità. Ho ascoltato affascinato i loro pareri su alcuni libri molto più azzeccato di quella dei critici militanti che parlano spesso per voce delle case editrici. Avevano il senso pratico di chi si è fatto da sé, e hanno creduto nel partito, qualsiasi fosse, fin quasi all’ultimo. Ora sono diventati un numero – Quanti morti oggi? Trecentoventi, quasi tutti vecchi.

Una cosa mi angoscia, sapere se alla fine della vita queste creature siano state sedate, perché morire soffocati è orribile. Lo so per certo, perché io ho corso questo rischio ma un’ottima équipe medica mi ha salvato, esattamente un mese prima che comparisse in scena il Coronavirus. Ma io avevo lì mia moglie, ogni giorno e mi bastava guardarla. Anche grazie a lei non sono morto: lei c’era ed era la vita che era mancata ai vecchi ragazzi degli anni ‘30. In nome di queste creature, di questi libri di memorie, ricchi di storie finite in un rogo, di quelle centinaia e centinaia orribilmente sparite nelle case di riposo, tenute lì come i bacilli in una capsula del Petri a moltiplicare la malattia, testimoni di un mondo che si emancipava e che correva verso il benessere generale per poi approdare ai crematori di massa, ecco come dirlo: in nome di questi morti senza volto né nome, mi piacerebbe che il Presidente della Repubblica, anche lui come me non più giovane, dedicasse un giorno dell’anno al vecchio ignoto morto come un numero.

Un libro vivo cancellato dal fuoco. La storia si ripete sempre.

Umberto Cecchi

È un lettore non un bibliofilo. La cosa migliore che ha fatto - dice - è stata dirigere “La Nazione”. Lo rifarebbe. Come inviato speciale ha girato il mondo, con pioggia o sole. Ricorda con feroce rimpianto quando fu dirottato nei cieli dell'America Latina, fu lì lì per essere eliminato, o quando con il collega Sarchielli fu prigioniero dei “ragazzi” di Pol Pot. Li salvarono i vietnamiti, crederci o no, e non dimentica mai una notte di morte con la Fallaci, in Piazza dei Martiri a Beirut, fu quando vide due lune. Ha chiacchierato con gran piacere con Nelson Mandela, Yasser Arafat, Giáp imparando molto. Ha scritto tanti libri - troppi secondo lui. Preferisce ricordare il primo: “La luna di Harar” su Rimbaud in Africa e l'ultimo su Oriana Fallaci: “Cercami dov'è il dolore”. Ha circa ventimila volumi, incerto se bruciarli personalmente o farli bruciare da chi gli succederà. Li ha consultati tutti. Forse anche una sola pagina, quella che gli serviva, ma tutti. E seguita a farlo perché invecchia continuando a imparare come sosteneva Mimnermo: gheràsco d'aèi pollà didascòmenos. Scrive perché non sa fare altro, ma solo se ne ha voglia. Si limita a citare soltanto “La Nuova Antologia” di Spadolini, “La Nazione” e ovviamente “ARTEiN World”. Gli altri, tipo “Il Post”, non contano.

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