Ma dalla Spagnola non abbiamo imparato niente?

 

Costretti da un nemico impalpabile e infame a una prolungata permanenza con noi stessi, è ormai quasi un mese – molto di più, in alcune sfortunate zone dell’Italia – che ci barcameniamo nella ricostruzione di una routine che si possa definire tale e che, a conti fatti, ha tutte le caratteristiche di una cattività certo quotidiana e familiare ma non per questo meno faticosa o demotivante. Dunque possiamo solo attendere: ma tra gli innumerevoli contrattempi che dobbiamo e dovremo ancora affrontare, tra la miriade di gesti minuti che servono a non perdere la nostra identità e che, con lentezza esasperante, ci avvicinano alla fine del tunnel, qualche certezza in più non ci farebbe di certo male. Quando tutto questo sarà soltanto un bruttissimo ricordo, un’intuizione di oggi potrebbe fare la differenza domani: e il solo pensarci tiene allenata la nostra capacità di giudizio oltre la scelta delle pietanze per cena. La prima tra queste è che, come mai prima d’ora, finalmente abbiamo un tempo smisurato per pensare a noi, alla nostra vita, a ciò che ci definisce, a ciò che vorremmo fare, a ciò che abbiamo fatto, a ciò che ci piace, alle persone che ci stanno intorno e, semmai ce ne fosse ulteriore bisogno, a ciò che ci sta accadendo. Proprio quest’ultimo aspetto porta con sé una riflessione sulla natura effettiva degli eventi. Oltre ai numeri, crudi e impietosi, con i quali purtroppo conviviamo quotidianamente, c’è da domandarsi il motivo per il quale questo virus ci abbia così tanto sorpresi, trovandoci come impreparati nel cuore della notte e ignari che il nostro sistema di allarme fosse già stato violato.

Prima di ogni altro aspetto, prima della libertà o prima della memoria, la risposta è che noi, sicuri della nostra tecnologia, fortificati dalla nostra conoscenza e dall’assoluto controllo su ciò che abbiamo attorno, siamo finiti prigionieri del nostro stesso essere animali sociali. E su questo, i virus, da sempre scommettono forte. Perché ciò che stiamo nostro malgrado sperimentando non è un fatto nuovo, alla storia dell’uomo, benché per ritrovare qualcosa di simile si debba debitamente tornare a cento anni fa esatti – mese più mese meno – quando, tra il 1918 e i primi mesi dell’anno successivo, l’influenza spagnola percorse il nostro mondo come un’autostrada di notte. Libera, incontrastata. Dai sintomi terribilmente simili a quelli del COVID-19, quell’influenza colpì dove meno ce lo saremmo aspettati. Certo, facendo tesoro di una situazione igienica approssimativa, di una profilassi alambiccata, di una contingenza storica straordinariamente favorevole che radunava in luoghi malsani, angusti e privi di contenimento efficace un gran numero di individui con ogni tipologia di crisi fisica e mentale possibile: eppure distrusse d’un colpo quasi un’intera generazione, al pari dello stesso conflitto che questa aveva combattuto e che si era appena concluso. Su una popolazione globale di circa 2 miliardi di persone, le stime riportano tra i 21.7 e i 50 milioni di morti – ma sono da prendere con le dovute cautele in virtù di un sistema di monitoraggio improvvisato. La malattia sorprese non tanto gli anziani o i bambini ma gli individui sani o in buona salute fisica o comunque di quell’età compresa tra i 20 e i 40 che potevano dirsi tali. Non fu una questione di forza, dunque, ma di utilità. Il virus infatti, scaltro e con semplicità disarmante, aveva convinto gli anticorpi degli ospiti sani, attivi e decisi a dare battaglia, a rivoltarsi contro il loro stesso organismo, distruggendoli dall’interno. Anziani e bambini non erano i soggetti migliori perché dal metabolismo poco reattivo.

La riflessione sui momenti che stiamo vivendo è immediata: al pari dell’H1N1, questo nostro virus contemporaneo ha colpito non i più deboli ma i più pronti ad accoglierlo, relegando tutti gli altri a meri ma efficientissimi fattorini, sicuro che il nostro sistema di relazioni sociali potesse fare la maggior parte del lavoro. Il COVID-19 si è garantito così una diffusione allarmante e repentina, contando sui nostri stessi punti di forza: in una società che ha voluto fortemente moltiplicare i contatti; che ha imparato a chiamarsi globale sotto ogni punto di vista; in cui le distanze non esistono più se non in ordine di tempo, il virus è andato a imporre la propria autoritaria natura sulla nostra stessa essenza sociale. Quella di individui forti da soli, imbattibili in gruppo. Eliminando di fatto la possibilità di riunirci dopo averla sfruttata, ci ha privato della nostra energia più grande, quella della comunità, del contatto fisico e del confronto, mettendo in pratica una delle più temibili tattiche di guerra, così care alla nostra cultura: divide et impera. Esso, naturalmente, insegna. Noi, purtroppo, ancora scolari. Vinceremo, questo è un fatto. Ma ne passerà di acqua sotto i ponti.

 

Francesco Raffaele Mutti. Nasce a Milano ma vive in Toscana sin dalla tenera età, dove ha imparato a portare rispetto al mare e al fatto che fosse sempre a portata di mano per un consiglio o per una riflessione. Da grande voleva fare il calciatore e ci stava riuscendo: parlando però con un suo compagno che gli chiese cosa facesse durante il tempo che non passava con il pallone attaccato ai piedi lui rispose: “Studio. Soprattutto di notte”. Da lì la sua passione per la conoscenza che è, prima di tutto, curiosità. A 360 gradi. Ama alla follia la musica di Prince, l’animazione giapponese, il cinema tutto, la letteratura classica, il teatro di Shakespeare e quella cosa bizzarra che sta sotto il nome di “arte”. Si occupa di contemporanea perché crede che sia più importante la gallina di domani piuttosto che un solo uovo oggi. Un giorno incontrò Carlo Pepi che, parlando con quella sua voce sussurrata, gli si rivolse dicendogli: “Tu hai il bernoccolo dell’arte”. E ci ha creduto senza fare domande. Vive in macchina, in giro per l’Italia, convinto che la curiosità raramente abbia fissa dimora.

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