La morte di Marat di Jacques-Luis David

Quella burocrazia che uccide perfino i sentimenti

Con il covid-19 abbiamo chiuso un tabù, che la nostra società in cerca di vita eterna, aveva istaurato trent’anni fa. Il tabù della morte. La parola morte era quasi sparita dal vocabolario, sostituita con parafrasi più o meno adatte a edulcorare la violenza di quel lemma, netto, irrevocabile, antico come la vita: il tanatos greco sostituito poi dalla cultura latina con il vocabolo mors, rimasto tale fino a oggi.

Era lì la morte, puntuale, signora aborrita, padrona di ogni scadenza, perché tutte dipendevano da lei perché raggiungibili solo se lei lo permetteva. E ovviamente così seguita a essere, ancora oggi come sta dimostrando il quieto furore del coronavirus che ripete il monito antico dei fraticelli medievali che incontrandosi ripetevano memento mori, e quindi sta pronto. Noi avevamo smesso di essere pronti, non solo, avevamo allontanato la morte in mille modi. Tutto era edulcorato, anche il dolore, anche e soprattutto le parole. In chiesa, durante la celebrazione funebre, scoppiavano applausi liberatori: un riconoscimento allo scomparso e un segno di gioia per noi, che eravamo ancora vivi. Una cosa da novantesimo minuto di una partita di calcio. Poi via veloce la bara sottoterra. Talvolta non mancava un rinfresco liberatorio.

Le parole, dicevo: ecco, le parole erano il coronamento di una sorta di ipocrisia culturale. Non si moriva più, ‘venivamo a mancare’, eravamo deceduti, scomparivamo, salivamo a miglior vita, eravamo ascesi alla gloria del Signore e così via. Nessuno moriva più. Poi ecco il Coronavirus che ha sconvolto le cose: la morte è tornata di moda: televisioni, radio, giornali con grande indifferenza contano i morti, come capi di bestiame travolti da qualche Afta Epizootica. Numeri nudi, e altri numeri nudi sono i moribondi in attesa di lasciare il prezioso letto di rianimazione. Numeri. E qui si arriva alla seconda grande mutazione socioculturale: una prassi agghiacciante: il virus ci assale, veniamo ricoverati e allontanati dai parenti che in caso di morte non avrebbero mai più rivisto il loro congiunto ingoiato dal Moloch reincarnato dalla burocrazia della salute: la morte forzata dei sentimenti. La fila di camion militari con le casse dei defunti diretta al crematorio non è solo il dramma di una comunità, è un trauma sociale profondo che macina affetti, memorie, sentimenti. È vero che avevamo cancellato la morte, ma oggi abbiamo fatto di peggio: abbiamo cancellato i morti, di molti di loro non resta neppure una tomba. Forse un’urna cineraria, se va bene, con dentro le ceneri di chi sa chi.

A forza di fare i filosofi della vita è bella siamo arrivati davvero al trionfo di un neo nichilismo, di un cinismo generato da burocrazia. Così come nella indifferenza di molti di noi stiamo arrivando al passaggio da una forma di pessima politica amministrativa di una emergenza sanitaria a una sorta di totalitarismo. Ma anche in questo caso è come con la morte. Basta non dire mai questa parola. Siamo una società che si adatta a tutto.

È un lettore non un bibliofilo. La cosa migliore che ha fatto - dice - è stata dirigere “La Nazione”. Lo rifarebbe. Come inviato speciale ha girato il mondo, con pioggia o sole. Ricorda con feroce rimpianto quando fu dirottato nei cieli dell'America Latina, fu lì lì per essere eliminato, o quando con il collega Sarchielli fu prigioniero dei “ragazzi” di Pol Pot. Li salvarono i vietnamiti, crederci o no, e non dimentica mai una notte di morte con la Fallaci, in Piazza dei Martiri a Beirut, fu quando vide due lune. Ha chiacchierato con gran piacere con Nelson Mandela, Yasser Arafat, Giáp imparando molto. Ha scritto tanti libri - troppi secondo lui. Preferisce ricordare il primo: “La luna di Harar” su Rimbaud in Africa e l'ultimo su Oriana Fallaci: “Cercami dov'è il dolore”. Ha circa ventimila volumi, incerto se bruciarli personalmente o farli bruciare da chi gli succederà. Li ha consultati tutti. Forse anche una sola pagina, quella che gli serviva, ma tutti. E seguita a farlo perché invecchia continuando a imparare come sosteneva Mimnermo: gheràsco d'aèi pollà didascòmenos. Scrive perché non sa fare altro, ma solo se ne ha voglia. Si limita a citare soltanto “La Nuova Antologia” di Spadolini, “La Nazione” e ovviamente “ARTEiN World”. Gli altri, tipo “Il Post”, non contano.

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