EDITORIALE  [LORELLA PAGNUCCO SALVEMINI]

Belli, giovani, spesso palestrati, tutti, obbligatoriamente, con laurea in tasca. Hanno titoli, almeno un tempo, altisonanti: dottori in giurisprudenza, in lettere, in pedagogia, in filosofia. I più rampanti in scienza delle comunicazioni, in marketing, o in informatica. Sono i candidati degli ultimi concorsi pubblici e arrivano a migliaia. Si accontenterebbero di un lavoro come funzionario al comune, o come insegnante. Altri, più ambiziosi, aspirano alla magistratura, o alla carriera diplomatica.

Lorella Pagnucco Salvemini, Direttore Responsabile di ARTEiNWorld

Incredibile, ma vero: in Lombardia, in Veneto, nel Lazio, o nella Sicilia, con una media che oscilla dal 50 al 70%, questi ragazzi non superano nemmeno la prima prova, l’esame scritto. Non raggiungono la valutazione minima, 21/30, per l’ammissione agli orali. Il posto fisso se lo possono sognare. Quando gli esaminatori iniziano a leggere i compiti, in un primo momento, pensano a uno scherzo. Qualche bontempone avrà sostituito i fogli. Difficile credere ai loro occhi: uomini e donne freschi di studio (o, perlomeno, così dovrebbero) dimostrano di non conoscere i rudimenti della lingua italiana. Ma come avranno fatto a prendere la laurea questi ragazzi che infilano uno dietro l’altro madornali errori di ortografia e sintassi che si dovrebbe aver appreso a evitare con la licenza elementare? Ecco qualche perla: habbiamo rigorosamente con l’h, ragazi con una zeta sola, superfice senza la i. C’è perfino qualche creativo che mette giù a nomalo per anomalo, violenza della norma in luogo di violazione. A qualche altro viene addirittura in mente che sia competenza di un sindaco dichiarare lo stato di guerra. Tutti bocciati. Tutti – tocca constatare – con titoli notevolmente al di sopra del proprio personale sapere. Un mistero che, a quel livello di istruzione, uno ancora non conosca la differenza fra diramare e dirimere, scriva un’altro con l’apostrofo e, quanto al sostantivo eccezioni, nel dubbio, alterni eccezzioni con eccesioni. Tant’è. Un ragazzo su 5 esce dai nostri atenei laureato e analfabeta (per fortuna, esistono gli altri 4). Lo affermano le statistiche. Quella dell’All-Ocse sostiene che 21 laureati su 100 non vanno oltre la comprensione di testi elementari e sono incapaci di decifrare addirittura il bugiardino di un farmaco, o le istruzioni di una lavastoviglie.

Analfabetismo: termine dal sapore ottocentesco, che sembrava destinato a sparire dal linguaggio corrente. Invece, ancora all’ultimo censimento, gli italiani che firmavano con la croce erano 800.000 e quelli che non avevano finito la quinta elementare 6 milioni. E ora che l’analfabetismo rispunta dove meno ce lo si sarebbe aspettato, all’uscita dalle università? Non è una semplice questione di forma. Chi non sa scrivere è perché non legge. E chi né legge né scrive non sa nemmeno parlare, soprattutto, non sa pensare. E se è incapace di riflessione un quinto della classe dirigente, siamo di fronte a un’emergenza su scala nazionale. Tullio De Mauro sosteneva che costoro sono “la rovina del Paese, molto più di un crollo della Borsa”. Paradossale, ma condivisibile.

Questo articolo fa parte del n. 2/2018 della rivista ARTEiNWorld, acquistabile nella versione digitale o cartacea.


EDITORIAL  [LORELLA PAGNUCCO SALVEMINI]

TOO MANY SEMILITERATES

Ignoramus cum Laude

Beautiful, young, often buff, and all holding a degree. Their qualifications are – at least some time ago – high-sounding: Juris Doctor, Master of Literature, Bachelor of Education, Master of Philosophy. The most ambitious ones are graduated in Communications, Marketing or Computer Engineering. These are the contendants in recent public tenders, and they are thousands. Most of them would settle for working as local authority employees, or as teachers. The most ambitious ones long to become magistrates or diplomats.

Crazy but true: 50 to 70% of these young contendants in Lombardy, Veneto, Lazio, or Sicily were not even able to pass the first exam, the written test. They did not achieve the minimum score (21/30) essential to take the oral exam. Thus, they can only dream of a permanent job.

When examiners start reading their papers, they initially think of a joke. Some jester must have replaced the papers. They do not believe their eyes; newly-graduated men and women (at least in theory) prove they do not even know basic Italian grammar. How could someone who misspells so many words and makes so many grammar mistakes graduate? Mistakes one should have learnt to avoid by the end of primary school. Here are some of their slips: habbiamo with the ‘h’, ragazi with one ‘z’, superfice without the ‘i’. The most creative ones wrote things like a nomalo instead of anomalo and violenza della norma instead of violazione. Some others even believe that a mayor can wage war. They all failed the test. All holding qualifications much higher than their actual knowledge. It is a mystery that someone with such a high level of education still does not know the difference between diramare and dirimere, writes un’altro with the apostrophe and, unable to decide how to write eccezioni, alternates eccezzioni and eccesioni. That is how things are. One out of five students graduates but remains illiterate (thankfully there are the other four). This is what statistics suggest. The one produced by the All-Ocse shows that 21 out of 100 graduates can understand only easy texts and are even unable to understand drug facts on patient package inserts or the dishwasher instructions.

Illiteracy, a word that makes us think of the nineteenth century and that seemed bound to disappear from our everyday language. Conversely, the latest census shows that 800.000 Italians still put a cross instead of signing and that 6 millions of people do not have a primary school certificate. And now illiteracy reappears where one would never expect it, at the university. And those who can neither write nor talk, also cannot think. And when one out of five people in the ruling class cannot reason, we are up against a national plight. Tullio De Mauro used to say that these people are “the ruin of our country, much more than a slump in prices on the Stock Exchange”. A paradoxical opinion, but one that can be shared.

This article is part of the n. 2/2018 of the magazine ARTEiNWorld, available on our website, in digital or paper edition.

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