Joan Jonas,Moving Off the Land II

Elemento necessario alla vita, ma anche specchio dell’umanità

 

Se è vero che una banana attaccata alla parete di uno stand è un’opera d’arte, ma rimane pur sempre una banana – ricca di potassio ma ahimè deperibile – è altrettanto vero che l’acqua non è solo un liquido necessario alla vita, ma anche uno specchio attraverso il quale l’essere umano non ha mai smesso di guardare se stesso. E se è vero che l’arte, attraverso provocazioni, scherzi, cortocircuiti, è sempre il tentativo di rispondere alla domanda “che cos’è un’opera d’arte?” (tanti auguri per la risposta), è altrettanto vero che essa può allargare il proprio ambito di ricerca, perché una banana una forma definita ce l’ha, ma l’acqua no: spazia, lambisce, tocca e fugge, travolge, affoga, nutre e sfugge dalle mani, se non trova qualcosa che la trattenga.

 

L’artista americana sperimenta da sempre nell’ambito visuale, tra provocazioni e cortocircuiti

 

In questo caso il contenitore è il Museo Nacional Thyssen-Bornemisza di Madrid, dove il 25 febbraio (fino al 17 maggio) inaugura la mostra Moving Off the Land II dell’artista americana Joan Jonas (1936), curata da Stefanie Hessler. Jonas è stata negli anni ’60 e ’70 una delle grandi pioniere della Visual Art, e nel corso della sua carriera ha saputo coniugare sperimentazioni di almeno vent’anni in anticipo sui tempi, che mettevano in crisi nozioni quali corpo, genere, identità. E come ogni artista degna di questo nome, sospinta dai flutti del suo continuo peregrinare, nonostante la non più tenera età non ha ancora trovato un approdo. Non stupisce che Moving Off the Land II, culmine di un processo di ricerca durato tre anni e che ha avuto Venezia fra le sue tappe, sia al tempo stesso un’indagine sul rapporto tra uomo e ambiente, sulla crisi climatica, sulle relazioni interpersonali e molto altro ancora. L’acqua è immagine ricorrente nella produzione artistica di Jonas, come in Beach Piece (1970), Waltz (2003) e Reanimation (2012), dove l’oceano faceva da scenario a performance in cui riti, maschere e specchi alteravano lo spazio in cui il pubblico era immerso. E “immersiva” per antonomasia è, nella pratica di Jonas, la videoarte. Video installazioni esposte in rassegna, come My New Theatre, piccole strutture di legno con al centro un monitor che mostra immagini prese da diversi acquari sparsi nel mondo, con l’accompagnamento della voce dell’artista che parla di polipi, sirene e divinità femminili, invitano a entrare in uno spazio artificiale per raccogliersi, affondare, contemplare e riscoprire il proprio, delicato rapporto con lo spazio reale che ci circonda. Le altre opere, come i disegni di razze e i vetri di Murano, dovrebbero definire il percorso di visita, e invece complicano e alterano ulteriormente i rapporti che legano il visitatore alle videoproiezioni, restituendo uno spazio difforme e disomogeneo, cangiante e mutevole, profondo, quanto profondo è il mare.  

Joan Jonas
Moving off the land II

Museo Nacional
Thyssen-Bornemisza
Madrid
A cura di
Stephanie Hessler
25/02 – 17/05

Francesco Agnellini

 

 

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