Edward Hopper, Stanza a New York, 1932

 

Uno spettro si aggira per l’Europa: Marx si riferiva al comunismo ma, se fosse stato vivo oggi, probabilmente avrebbe usato le stesse parole per descrivere la presenza invisibile che in questi giorni si aggira tra le vie deserte delle città e si annida nelle gocce di saliva.  I più anziani ammettono di non aver vissuto una situazione così drammatica e un clima di paura tanto diffuso dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Ovviamente, per numero di morti, durata del conflitto e devastazione nessuno si azzarderebbe a confrontare i due eventi ma per le generazioni successive questo è sicuramente il momento più buio degli ultimi 70 anni e allora risulta interessante confrontare come le persone diano forma alle loro paure. Questa è l’epoca delle immagini, allora utilizziamo come sismografo delle ansie e dei timori le opere d’arte diffuse sui social, visto che altro non abbiamo ora che siamo chiusi in casa. Nel secondo dopoguerra la più diffusa esigenza espressiva si traduce nell’abbandono della figurazione: nasce la pittura informale. Molti artisti hanno combattuto al fronte, hanno visto con i loro occhi i danni di una guerra mondiale e non trovano immagini in grado di rappresentare un vissuto tanto doloroso. Si sceglie di tradurre scene raccapriccianti in opere aniconiche. Ora, quello che stiamo vivendo non ha un volto. Sentiamo in televisione di una battaglia microscopica tra cellule e virus ma nella realtà quotidiana non possiamo guardare in faccia il colpevole. Nell’epoca delle immagini ci troviamo paradossalmente a corto di queste e abbiamo bisogno di fornire un nuovo corpo a colui che si manifesta tramite tosse, febbre, macchine respiratorie e necrologi di dieci pagine sui giornali locali. Non lo vediamo ma sentiamo la sua presenza e si avverte la necessità di un bersaglio fisico, o quantomeno un’immagine che esorcizzi la paura. Sui social dilagano proprio opere d’arte figurative, soprattutto dal sapore surrealista o metafisico a indicare che si fatica a distinguere se siamo in un incubo o sia tutto reale.

Edward Hopper domina incontrastato e con i suoi interni silenziosi presta la voce alle grida più angoscianti. Senza volerlo, 100 anni fa ha dipinto la quarantena. Segue Giorgio de Chirico con le Piazze d’Italia e sulla stessa linea tutti gli artisti che hanno raffigurato città spettrali e paesaggi urbani dove l’uomo è il grande assente (Città Ideale di Piero della Francesca, Paesaggi Urbani di Sironi, Sette Palazzi Celesti di Kiefer). I temi più ricorrenti sono la disperazione e la morte e le opere più gettonate sono l’Urlo di Munch, Ophelia di Millais, Cristo Morto di Mantegna, Head VI e Innocenzo X di Bacon, l’Incubo di Fussli e Sulla soglia dell’eternità di Van Gogh. Qualcuno coglie nella quarantena un’occasione per trascorrere più tempo con la propria famiglia e lancia un messaggio d’amore, vero vaccino contro la paura. La dolce sequenza di Abbraccio e Famiglia di Schiele, Sposa del vento di Kokoschka, Amore e Psiche di Canova, gli Amanti di Magritte e le variazioni sul tema del Bacio di Klimt, Hayez, Chagall, Rodin, e Picasso donano colore alle pagine di chi riprende a condividere apocalitticamente Guernica. Qualcuno approfitta della reclusione in casa propria per leggere (non si contano le lettrici di Hopper, Fragonard, Boldini e Renoir), qualcun altro per cucinare (Polenta di Longhi) ma sono di più quelli che preferiscono dare soddisfazione alla cuoca restando con le gambe sotto il tavolo e le posate in mano (Mangiatori di patate di Van Gogh) salvo poi rimpiangere un peso forma poco salutare (Botero e nudi di Freud). Abbiamo chi si prodiga in consigli ricordando di mantenere la distanza di almeno un metro dagli altri (Noli me tangere di diversi artisti, Golconda di Magritte, Piazza di Giacometti, The Artist is Present di Abramovic) e di rimanere in casa (Camera di Van Gogh, Stanze di Lichtenstein, Capanna del silenzio di Klee) e dall’altro lato chi si abbandona ai vizi (fumatore di Van Gogh e di Guttuso, Assenzio di Degas, Letto di Emin) e sentendo una certa astinenza si augura di riprendere la piena attività fisica prima che finisca la stagione degli amori (Cavallo e Cavaliere di Marini, Comedian di Cattelan, Origine del mondo di Courbet).

Fortunatamente interviene anche chi non ha perso la speranza e volge il proprio sguardo oltre l’orizzonte, aspettando che passi la tempesta (Ragazza alla finestra di Dalì, Viandante sul mare di nebbia di Friedrich, Sognando il mare di De Maria, Ritorno di Ulisse e Hebdomeros in barca nella sua camera di de Chirico). Ci si interroga su quale sia il reale posto dell’uomo e se forse non vadano riviste le priorità (Event Horizons di Gormley, Narciso di Caravaggio); in generale tutti sono convinti che ci si possa rialzare solo attraverso la solidarietà (Legarsi alla montagna di Maria Lai, Danse di Matisse, Giuramento degli Orazi di David). Non so quale sia la cura e non ho nulla da consigliarvi che già non sappiate, ma se l’arte è in grado di dirci tutto questo, quando la situazione sarà passata, ricordatevi che vi ha tenuto compagnia quando il calcio, i programmi spazzatura e i vostri idoli non c’erano perché anche loro stavano davanti a uno schermo a condividere i grandi capolavori della pittura.

Cesare Orler

 

crede profondamente nell’equivalenza arte=vita e vorrebbe “fare della propria vita come di un’opera d’arte” per dirla alla D’Annunzio. Si è laureato in conservazione e gestione dei beni e delle attività culturali a Venezia e sta completando una specializzazione in storia dell’arte contemporanea. Gestisce uno spazio televisivo dedicato alla divulgazione dell’arte contemporanea su OrlerTV, ama seguire da vicino artisti italiani emergenti di cui cura mostre e testi critici ed è accanito sostenitore di ARTEiNworld. Oltre all’arte gli piace anche il cinema e bere birra, di cui è raffinato intenditore, ma forse di tutto questo sa fare bene solo l’ultima.

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