Copertina Henry Darger

 

Che cosa hanno in comune musicisti come Snakefinger e Sufjan Stevens, poeti come John Ashbery, autore del famoso Girls on the Run, fumettisti come Neil Gaiman, artisti come Matthew Barney, Marcel Dzama, Dasha Shishkin, Grayson Perry, fotografi come Ryan McGinley e Justine Kurland? Un nome e un cognome, ovviamente non il loro. Dalla prima mostra nel 1977 al Chicago’s Hyde Park Center fino al proliferare di mostre dedicate ai giorni nostri, un nome (piuttosto comune), Henry, e un cognome, Darger (che non si sa bene come pronunciare, tanto che alcuni dicono “Dargher”), sono diventati noti ai più, tanto da brillare nel firmamento di mezzo degli artisti che nessuno sa bene dove collocare, e che per questo vengono solitamente definiti outsider. Così, moltissimi fra gli autori contemporanei che non ne sono stati influenzati consapevolmente, lo sono stati inconsapevolmente. Se vi steste chiedendo perché da un po’ di tempo a questa parte ci sia come un rinnovato interesse per il figurativo, una delle possibili risposte è proprio Henry Darger.

 

Henry Darger (1892-1973) è stato prima di tutto un ragazzino dalla giovinezza travagliata, poi un uomo solitario, anonimo e stravagante, infine un artista da “saletta”. La saletta in questione era quella del suo piccolo bilocale a Chicago dove, smessi i panni dell’addetto alle pulizie in ospedale, nel claustrofobico isolamento di chi sa di trovarsi in un vicolo cieco e decide di rimanerci, ritagliava, copiava, incollava, colorava – inventava mondi, senza dirlo a nessuno. Alla sua morte, furono trovate migliaia di pagine manoscritte e numerosi faldoni pieni di fogli uniti fra loro come a formare allucinati polittici; questi, tuttavia, non rappresentano scene sacre per come noi le intendiamo, quanto un mondo privato, in grado di far strabordare il reale in un più vasto e variegato spazio irreale. In the Realms of the Unreal è l’opera più famosa di Darger. Narra della guerra tra quattro nazioni cattoliche, con in prima fila il regno di Abbieannia, e un impero del male, Glandelinia, abitato da adulti malvagi che praticano la schiavitù infantile. Eroine di una vicenda che, per estensione e visionarietà, non ha nulla da invidiare ai vasti universi creati da scrittori come Asimov e Tolkien, sono sette sorelle prepubere, le Vivian.

 

Per comporre la sua storia (vent’anni per scriverla e circa cinquanta per illustrarla), fino a quando l’età e l’ospedalizzazione lo costrinsero a desistere, Darger, un autodidatta con un basso livello di scolarizzazione, riuscirà grazie a una costanza che supera non di poco i limiti dell’ossessione a riprodurre e addirittura anticipare (pur senza conoscerle) tecniche, metodi e sensibilità tipiche delle avanguardie. Colleziona fumetti, libri da colorare, strisce prese dai quotidiani, fotografie; non avendo ancora la giusta manualità, che andrà affinandosi nel tempo, ricalca, ricopia, ritaglia, fa stampare, ingrandendo o rimpicciolendo all’occorrenza le figure; così come la sua pratica ha forse nel collage il suo mezzo principale, il suo originale e stratificato universo irreale attinge da immaginari altrui apparentemente inconciliabili – come la saga di Oz di L. Frank Baum e la guerra civile americana, la cronaca a lui contemporanea e libri come La Capanna dello zio Tom, la sua autobiografia e gli appunti sulle condizioni climatiche, in particolare sui tifoni, da cui era ossessionato – e li fa cozzare tra di loro, creando tavole che spaziano da idilli pastorali con bambini che giocano allegri a scene di estrema violenza in cui gli stessi vengono torturati e uccisi da adulti che hanno le fattezze dei poliziotti un po’ tonti dei fumetti d’antan.

 

Il volume Henry Darger, a cura di Klaus Biesenbach, con contributi di Brooke Davis Anderson, Michael Bonesteel e Carl Watson, è prezioso per diverse ragioni. Prima di tutto, la scelta di proporre un formato orizzontale da parte dell’editore si rivela particolarmente felice per riprodurre le tavole di Darger che, proprio per mancanza di studi che gli consentissero di padroneggiare la prospettiva, era solito dare ai suoi lavori la progressione delle pellicole cinematografiche. In questo modo, il lettore può godere appieno della riproduzione delle tavole – numerose e scelte con oculatezza – che corredano il volume. L’apparato critico, inoltre, riesce a dare un contributo significativo alla comprensione del lavoro di Darger e delle sue ricadute sulla scena artistica contemporanea. In particolare, il saggio iniziale del curatore, Biesenbach, icasticamente intitolato American Innocence, consente al lettore di orientarsi tra gli eterogenei riferimenti di Darger, seguire lo sviluppo del suo metodo, e prendere atto della sua notevole influenza su un grande numero di artisti, fra i quali alcuni ammettono esplicitamente il loro debito nei suoi confronti, mentre altri mostrano quantomeno un’assonanza di temi.

 

Buesenbach, soprattutto, individua – giustamente – nell’innocenza il tratto peculiare della vita e della produzione di Darger: l’innocenza di cui era stato privato sin da bambino e quella in pericolo delle dolci figure ermafrodite che lui stesso, nei panni di uno dei personaggi della storia da lui inventata, cercherà di difendere in un mondo di fantasia; l’innocenza di chi, come un artista e come l’America, divide il mondo in semplici schemi, buoni e cattivi, e non ha dubbi su quale ruolo assumere nella contesa; l’innocenza che può diventare un’ossessione, come dimostra l’ossessione americana per le giovani dive, da Shirley Temple a Lindsay Lohan; infine, l’innocenza a cui, forse, mirano i mistici nei loro distacchi, cioè quella dei bambini e degli idioti, che con bella indifferenza uniscono i contrari, il bene e il male, e si perdono nelle loro visioni, o nelle loro fantasie.

Francesco Agnellini

 

Part Two. Break out of concentration camp killing and wounding enemy soldier guards, Henry Darger © Kiyoko Lerner
Part Two. Break out of concentration camp killing and wounding enemy soldier guards, Henry Darger © Kiyoko Lerner

 

 

 

 

 

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