Il viale sotto casa mia è deserto. C’è sole e un vento pigro: è primavera e se n’è accorto solo il mio cane, Flipper, il solo a non essere andato in tilt nella città, come in tutto il resto del paese. La battaglia è con le ore, che non hanno più alcun significato. I greci nella loro grande cultura generale, consideravano il tempo al presente, e così noi orgogliosi figli di tecnologie stellari che oggi cadiamo per un virus brutto e invisibile, ci scopriamo indifesi in guerra in una guerra antica che le nostre tecnologie non riescono a vincere, neppure seguendo regole assolutamente antidemocratiche, alle quali obbediamo in nome di un slogan: “prima di tutto la salute”. E la salute, sconfitta, ci striscia accanto buona ultima. Merce rara la salute.

Guardo il viale morto davanti al mio terrazzo, sa di cimitero, di cose perdute, di illusioni svanite. Il passato è una sorta di rimpianto, un film logoro: liberi, spensierati, la macchina nuova a centocinquata euro il mese, la crociera a scadenze rateali impalpabili – e i bambini non pagano – fine settimana festa al ristorante, il giovedì la pizza, tutte con priorità assolute. Un benessere che non capivamo né apprezzavamo nel modo giusto. Lo pensavamo un diritto inalienabile, e invece. Il futuro è inafferrabile, ma pochi di noi immaginano che stia inesorabilmente finendo un’epoca. Quella degli agi facili. Ma la cosa che mi sconvolge di più sono le lunghe, rassicuranti, confortanti parole dei politici e dei burocrati, che enunciano una fila di concessioni di danaro che non abbiamo. Chi lo pagherà? Come lo pagheremo noi  avvezzi a lavorare e pagare tutto a rate lunghe come quelle dell’automobile? Stiamo correndo verso il disastro e già alcuni, nel sud, ma non solo, si ribellano. Il problema peggiore non è solo la politica che sarà, ma la burocrazia, che si impegna a rallentare il ritardabile con encomiabile rigidezza: le mascherine? Filamente ci sono – meglio tardi che mai – ma non si toccano fino a che ISS non dà il suo consenso. Potere dei fogli di carta. Intanto prendiamo quelle cinesi. E così è per i tamponi: mancano i reagenti, e per… Ma sarebbe una lista malefica.

Domani dimenticheremo tutto questo perché chi sopravviverà avrà da pensare a cose peggiori: alle fabbriche che hanno perso gli ordini, ai negozi chiusi per mesi che hanno accumulato debiti, all’artigianato che ha avuto il colpo di grazia, al turismo defunto che chiederà tempo per riprendersi. Guardo il viale morto immobile e deserto davanti a me, la parrucchiera chiusa da un mese, il negozio di abbigliamento anche, la sarta arrivata dal nord Africa “sparita” e rifletto: chi governerà il futuro immediato? Le burocrazie ottuse che la politica colta invece di modernizzare? E chi modernizzerà la politica, che ora va avanti a tentoni impilando debiti su debiti e non riuscendo a capire cosa voglia fare davvero quell’inutile e nefasta istituzione che è l’Europa.

Ci volevano una valanga di morti per annullare finalmente l’ipocrita,  patto di stabilità che ha messo in crisi il continente arrricchendo solo la Germania che l’aveva voluto di prepotenza. Quando fu firmato scrissi che sembrava di assistere alla resa della Francia alla Germania, nel 1941, sullo stesso treno e lo stesso posto in cui fu firmata nel ’19, la resa della Germania. Allora fu una rivincita di Hitler. Oggi firmare il patto di stabilità è stata una nuova prova di forza della Germania: persa la guerra ora vinceva la pace. Due le dichiarazioni della signora dei numeri a Bruxelles: “Non pensate che vi daremo tutto quello che chiedete”, corretta poi in un “vi daremo tutto ciò che è necessario”. Ennesima bugia europea. Ridicola: i danari promessi mesi fa, non sono ancora arrivati, ma noi li abbiamo necessariamente già spesi. La domanda resta qui sul mio terrazzo a solatio, affacciato sul deserto di cemento. Come ci salveremo con il PIL sotto i minimi storici assoluti? O ripartiamo o la fame e la disperazione concluderanno la decimazione iniziata da Covid19. E mi appisolo al sole illudendomi che sia tutto un brutto sogno.

È un lettore non un bibliofilo. La cosa migliore che ha fatto - dice - è stata dirigere “La Nazione”. Lo rifarebbe. Come inviato speciale ha girato il mondo, con pioggia o sole. Ricorda con feroce rimpianto quando fu dirottato nei cieli dell'America Latina, fu lì lì per essere eliminato, o quando con il collega Sarchielli fu prigioniero dei “ragazzi” di Pol Pot. Li salvarono i vietnamiti, crederci o no, e non dimentica mai una notte di morte con la Fallaci, in Piazza dei Martiri a Beirut, fu quando vide due lune. Ha chiacchierato con gran piacere con Nelson Mandela, Yasser Arafat, Giáp imparando molto. Ha scritto tanti libri - troppi secondo lui. Preferisce ricordare il primo: “La luna di Harar” su Rimbaud in Africa e l'ultimo su Oriana Fallaci: “Cercami dov'è il dolore”. Ha circa ventimila volumi, incerto se bruciarli personalmente o farli bruciare da chi gli succederà. Li ha consultati tutti. Forse anche una sola pagina, quella che gli serviva, ma tutti. E seguita a farlo perché invecchia continuando a imparare come sosteneva Mimnermo: gheràsco d'aèi pollà didascòmenos. Scrive perché non sa fare altro, ma solo se ne ha voglia. Si limita a citare soltanto “La Nuova Antologia” di Spadolini, “La Nazione” e ovviamente “ARTEiN World”. Gli altri, tipo “Il Post”, non contano.

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