Grazia Varisco ph. Lorenzo Palmieri

In mostra i lavori dagli anni ’70 a oggi

 

Linee orizzontali, verticali, oblique, linee che costruiscono forme e strutture rettilinee, sghembe, curve, vuote, piene, pesanti, fragili. Alfabeti formali apparentemente semplici, presenze che sembrano materializzarsi, uguali a se stesse e sempre differenti man mano che si rapportano con gli spazi che le accolgono, che interagiscono tra loro e con gli spettatori più audaci. Ospitare lo spazio, è il titolo della mostra curata da Danilo Eccher alla M77 Gallery ed è già traccia che apre a una dimensione curiosa dei lavori, dagli anni ’70 a oggi, di Grazia Varisco (1937) milanese d’eccellenza e artista internazionale. L’unione tra arte e scienza è il comune denominatore di quell’avanguardia cinetica e programmata, che dalla fine degli anni ’50 aveva affascinato anche lei, facendola aderire al gruppo T (=Tempo) con Anceschi, Boriani, Colombo, De Vecchi: opponevano all’imperante corrente dell’Informale, un linguaggio progettuale con assunti scientifici e tecnologici. Prima allieva di Achille Funi all’Accademia di Brera, poi docente dall’81 al 2007, ricorda Brera del tardo dopoguerra come “campo di semina e di raccolto” dove tutt’attorno si andava ancora facendo la città moderna del boom economico. Ricorda l’entusiasmo del fare insieme, specialmente nel contesto dell’arte programmata dove la prassi progettuale-artistica era rigorosamente lavoro d’equipe.

 

La svolta a metà degli anni ‘60 vede la ricerca di soluzioni personali e nuove tecniche

 

Alla metà degli anni ’60, “una convalescenza riflessiva” la porta verso un sensibile percorso individuale: dagli anni ’70 dà nuova linfa alle sue indagini spazio temporali, gioca con le interferenze e le mutazioni che generano instabilità percettiva. Sostenuta dall’irrinunciabile dimensione ludica e dall’interesse crescente per il caso, come elemento che si contrappone alla visione deterministica, lascia spazio al dubbio, alle possibilità che cercano regole e sgretolano certezze. Crea con carta e cartone, curva metalli per esperire angoli, pieghe, espressioni formali che tengono conto di esperienze multisensoriali provenienti da varie direzioni, anche di inevitabile matrice privata. Nascono così le opere in mostra, presenze maestose come l’installazione Oh! (1966), la scultura Gnom-one, two, three (1984), gli Spazi Potenziali (1973- 1976) e le numerose serie dei quadri comunicanti, poeticamente spaesanti per la loro complicata, raffinata, semplicità.  

Maria Angela Tiozzi

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