Gli spaghetti ai porcini di Alberto Burri- quadro con dedica

UN RICORDO PERSONALE D’INFANZIA, RISALENTE AL 1979
La vivida memoria di un piatto proposto come fosse un’opera d’arte

I libri a volte consentono di compiere straordinari viaggi nel tempo.

Quando acquistai la prima monografia su Alberto Burri, scritta all’inizio degli anni ’50 da James Johnson Sweeney, direttore del Solomon R. Guggenheim Museum di New York, e vi trovai una dedica manoscritta da Burri stesso in cui campeggiava la frase «WOW funghi e spaghetti!!!», per me fu inevitabile tornare con la mente a una mattinata dell’estate del 1979.

Allora, in compagnia del critico d’arte Franco Simongini e di mio padre, raggiungemmo la periferia di Città di Castello, diretti agli Ex Seccatoi del Tabacco, dove a attenderci trovammo Burri intento a lavorare al progetto per il recupero della struttura industriale con la trasformazione degli undici capannoni neri abbandonati in una grande galleria d’arte destinata a raccogliere e a esporre le sue ultime creazioni.

Terminata la visita a quel luogo enigmatico e metafisico, Burri ci invitò a seguirlo nella sua dimora, dove, quasi dimentico dei quadri, volle mostrarci la rastrelliera dei fucili e cominciò a raccontarci di appassionanti battute di caccia. Poi venne mezzogiorno e ci recammo in una austera sala da pranzo, tipica delle vecchie case di campagna. Burri invece sparì, inghiottito dalla cucina, dalla quale riemerse con un vassoio di fumanti spaghetti ai funghi porcini sporcati da qualche goccia di salsa di pomodori dell’orto, e lo mostrò proprio come se fosse stato una sua opera: al pari del colore sulla tela, il rosso del sugo interveniva in maniera aggressiva e lacerante, creando testure di superficie che rivitalizzavano la materia contenuta nel grande piatto.

Gli spaghetti erano sorprendenti per la ruvida semplicità, per la croccantezza dei funghi e per la freschezza dei sapori. Preso coraggio, con l’entusiasmo e con l’ingenuità di bambino (al tempo avevo solo dieci anni), domandai a Burri quale fosse il segreto della loro bontà. Il Maestro mi rispose sorridente ma un po’ restio: «Forse sono così buoni perché li ho preparati io…».

Guido Andrea Pautasso

 

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