“Gli artisti custodi della bellezza”. Intervista a Don Luca Franceschini sui Beni Culturali della Chiesa

INTERVISTA A DON LUCA FRANCESCHINI / di Ciro Costagliola

“Gli artisti custodi della bellezza, annunciatori e testimoni di speranza per l’umanità”. Con queste parole Papa Francesco, attraverso il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin, ha salutato i convenuti ai lavori della ventunesima seduta pubblica delle pontificie accademie. E così Papa Francesco ha ribadito, come hanno già fatto Paolo VI e Govanni Paolo II, l’alleanza fra Chiesa ed artisti perorata dal Concilio Vaticano II: “Creare opere d’arte che portino, proprio attraverso il linguaggio della bellezza, un segno, una scintilla di speranza e di fiducia lì dove le persone sembrano arrendersi all’indifferenza e alla bruttezza” si legge ancora nel messaggio del Pontefice.

La Conferenza Episcopale italiana, come suggerisce lo stesso Concilio, ha istituito l’Ufficio Nazionale per i Beni Culturali come strumento operativo al servizio della Segreteria Generale della stessa Conferenza nella collaborazione con le Diocesi, le Conferenze Regionali, per tutto ciò che riguarda l’edilizia di culto, la tutela e la corretta valorizzazione, l’adeguamento liturgico e l’incremento dei beni culturali ecclesiastici.

Incontrare i responsabili regionali di questo ufficio è un’opportunità da non perdere perché fornisce l’occasione per costruire, incontro dopo incontro, una mappa completa delle opere d’arte custodite nelle nostre Chiese ed approfondire i vari e complessi problemi che comporta la conservazione ed il restauro delle opere.

Quale migliore inizio di questo ideale giro culturale d’Italia che un incontro con don Luca Franceschini, il responsabile per la Toscana e per l’Italia Centrale della Sezione Beni Culturali e membro del Comitato Nazionale per la valutazione dei progetti di intervento a favore dei beni culturali ecclesiastici e dell’edilizia di culto.

Don Luca Franceschini

La Toscana è un territorio con un grande numero di opere d’arte di rilevanza mondiale. Le opere di proprietà della Chiesa Cattolica sono altrettanto numerose e prestigiose in questa regione?

Il patrimonio culturale ecclesiastico è straordinario e comprende importantissimi siti e opere di artisti di fama mondiale; mi piace tuttavia sottolineare l’importanza di un patrimonio diffuso in ogni angolo del territorio, sulle montagne come nelle vallate, agli incroci delle strade delle città con quasi 5000 chiese di pertinenza di un’organizzazione capillare che sono le 2564 parrocchie che compongono le 18 circoscrizioni ecclesiastiche. Qui vengono custodite non solo le opere dei più grandi artisti ma migliaia di manufatti, tessuti, arredi, organi a canne che raccontano di committente, devozioni, botteghe artigiane, rapporti commerciali. Ad oggi abbiamo censito, schedato e fotografato a colori 554.126 opere, ma il lavoro è ancora in corso.
Inoltre non si può dimenticare che ogni Diocesi custodisce archivi e biblioteche di uno straordinario valore documentale.

Come sono in Toscana le relazioni tra Regione e Conferenza Episcopale regionale? Ci sono protocolli di intesa per la fruizione, la promozione e la manutenzione dei Beni Culturali Ecclesiali?

Debbo confessare che facciamo un po’ fatica in Toscana. Forse è proprio a motivo dell’immensità del patrimonio artistico e della scarsità delle risorse economiche che caratterizzano questo nostro tempo. Via via capita di riuscire a far qualcosa insieme, ma in linea di massima i beni ecclesiastici vengono considerati beni privati e quindi esclusi dalla possibilità di finanziamento anche, in linea di massima, in occasione delle ultime calamità che hanno colpito il nostro territorio e quello della Garfagnana. Si riesce a fare qualcosa su temi particolari: sugli archivi o le biblioteche, sulla Via Francigena o i vari “cammini”. Un progetto studiato di programmazione per fruizione e promozione purtroppo non siamo riusciti ad elaborarlo.

Nella Sua Diocesi, grazie a Lei e alla sensibilità per l’arte contemporanea del Vescovo Mons. Giovanni Santucci, si nota un certo interesse per le nuove forme di arte, che siano pittura, scultura, musica o poesia visiva. È prevedibile che anche in altri luoghi della Toscana ci sia un più deciso orientamento verso la promozione di eventi artistici e culturali?

Il Vescovo di Massa Mons. Giovanni Santucci

Si tratta di un ambito di cui talvolta si parla ma che non è ancora entrato a pieno nei nostri dibattiti e nello studio soprattutto per un lavoro fatto insieme dalle nostre Diocesi. Ovviamente non mancano singole sensibilità e iniziative. Confido che il lavoro di programmazione integrata che dallo scorso anno abbiamo iniziato a fare – o provare a fare – nella Consulta Regionale ci consenta di maturare orientamenti anche in questo ambito. Certamente credo che le iniziative elaborate dal nostro Vescovo, che è anche il Vescovo delegato in Toscana per i beni culturali, possano essere di stimolo per tutti e consentire uno scambio delle esperienze che arricchisca tutti e tutti metta in cammino con un orientamento più preciso.
Credo che il lavoro fatto da Mons. Santucci con l’Accademia di Belle Arti di Carrara, le proposte di mostre e concorsi, la realizzazione di opere e cataloghi, ecc. sia di grande interesse e stimolo. Anche la Via Crucis che annualmente ha promosso al Castello Malaspina di Massa nel venerdì prima della Palme dove un anno ha messo al centro il teatro, un anno la poesia, un anno la pittura e così via, sia una bella provocazione. Quest’anno già da ottobre abbiamo iniziato a preparare la Via Crucis con gli studenti di scultura dell’Accademia di Carrara; le sculture scelte avranno come premio la fusione in bronzo dell’opera e per tutte la realizzazione di un catalogo. Credo per gli studenti sia un ottimo stimolo.

In questo momento è possibile conoscere lo status dei beni culturali ecclesiastici in Toscana e magari conoscere la loro ubicazione, anche con la prospettiva di realizzare una guida turistico-culturale sia per italiani che stranieri?

La schedatura e il censimento delle opere custodite nelle chiese e nei musei di cui ho già parlato è realizzato su un progetto nazionale della CEI per cui è possibile per ogni diocesi visionare il patrimonio artistico attraverso la piattaforma internet di BeWeb. Questa consente di vedere le opere, di ricercare per argomento, per tipologia o cronologia. Non consente tuttavia di conoscere l’ubicazione poiché si è ritenuto che questo non favorisca la sicurezza. Ognuno che sia interessato può con un “clic” chiedere alla Diocesi le informazioni che ritiene opportune presentandosi tramite lo stesso sito.
Con la Regione si sono realizzati alcuni strumenti così come la Consulta delle Diocesi toscane ha iniziato a studiare, soprattutto per i Musei, una programmazione comune; tuttavia, a mio avviso, ancora non abbiamo raggiunto uno standard sufficiente.

Lei crede che sia necessario che gli Artisti si sentano riconosciuti dalla Chiesa nella loro attività e che, godendo di un’ordinata libertà, stabiliscano più facili rapporti con la comunità cristiana?

Credo che, in generale, facciamo un po’ fatica in tutte e due le direzioni. Gli artisti tendono a “creare” le loro opere in modo autonomo; nello stesso tempo la Chiesa non si pone come un buon committente. Credo che in linea di massima non si abbia ben chiaro cosa si vuole realizzare e al contempo si tema la creatività dell’artista che potrebbe produrre risultati che non piacciono. Penso ci voglia più dialogo, più consapevolezza del nostro compito di committenti, più voglia di”investire” sull’arte ma soprattutto più coraggio, anche nell’affrontare le critiche, perché no.

L’artista, per elaborare nella bellezza delle forme la sacralità liturgica cristiana, non può ridursi ad esprimere il proprio sentimento religioso, ma deve conoscere le Scritture, la storia dell’Arte Cristiana, gli usi liturgici, le tradizioni culturali locali. Occorre pertanto una concertazione tra gli esperti dei vari settori dell’arte?

Credo che un artista serio sia consapevole che non può produrre un’opera solo a partire da se stesso per cui gli è chiesto di studiare, di capire il contesto, di entrare in dialogo. Credo che il dialogo sia davvero la parola chiave. Ho sperimentato io stesso come gli artisti-studenti dell’Accademia di Belle Arti tra i quali ci sono anche degli stranieri, siano disponibili a vivere momenti di formazione e conoscenza di elementi della nostra tradizione che possano aiutare ad entrare in “dialogo” con la comunità cristiana e le sue esigenze devozionali, liturgiche e artistiche.

La Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa, stabilisce la filosofia dei beni culturali della Chiesa attraverso una loro valorizzazione, che ne favorisca una migliore conoscenza ed un’adeguata utilizzazione nella catechesi quanto nella liturgia. Quali sono oggi i rapporti tra la Segreteria dei Beni Culturali della Conferenza Episcopale Italiana e la stessa Pontificia Commissione?

La collaborazione è stabile e costruttiva. So che è in studio un progetto proprio sull’arte contemporanea che si avvierà con la conoscenza di quanto in Italia si sta realizzando sul versante della formazione per sacerdoti, artisti e comunità. Credo che verrà presentato proprio nei prossimi giorni di gennaio.

Pensa che sarebbe utile fornire agli artisti «stimolanti contenuti teologici, liturgici, iconografici» per promuovere la loro attività con nuove e degne committenze, approfondendo una rinnovata alleanza fra artisti e Chiesa?

Credo sia necessario offrire un servizio formativo a quanti vogliono cimentarsi nella realizzazione di opere d’arte, ma anche architettoniche o musicali. Bisogna trovare le modalità giuste; talvolta gli artisti, le scuole, le accademie, temono da parte ecclesiale un approccio troppo catechistico o di indottrinamento. Ritengo lo stile ecumenico e dialogico che il Concilio ci ha insegnato sia nei confronti dei fedeli di altre confessioni o religioni sia nei confronti di chi non professa una fede ma condivide aspetti culturali o sociali possa essere di grande aiuto. Nella mia esperienza personale posso dire che l’aver lavorato in ambito ecumenico mi è stato di grande supporto nell’incontrare i giovani studenti.

Cosa pensa riguardo alla necessità di preparare i futuri sacerdoti alla cura dei beni culturali della Chiesa?

E’ certamente una grande sfida. I beni culturali, è noto, sono per noi in Italia in particolare, un dono prezioso per l’evangelizzazione, un impegno oneroso, un grattacapo economico, una difficoltà burocratica, una risorsa immensa, ecc. Se aggiungiamo che nella formazione del Seminario sono tanti e tanti gli argomenti da trattare, moltissime le materie da studiare, si capisce che il problema non è semplice e si aggrava pensando alla presenza sempre più numerosa di confratelli provenienti da altre parti del mondo. E’ difficile dunque, ma è una necessità. Come per molti altri aspetti della formazione dei preti credo che l’inizio sia nell’esperienza in parrocchia prima ancora di entrare in seminario. Dunque il bisogno di formazione è a tutto campo, comunità parrocchiali comprese.

(Fonte TGVaticano.it)