Con “IL DONO”, Giorgia Fiorio è l’ospite d’onore della XIV edizione di Seravezza Fotografia, dal 12 febbraio al 17 aprile al Palazzo Mediceo di Seravezza patrimonio UNESCO. Uno straordinario percorso di ricerca personale che la fotografa torinese ha compiuto nell’arco di nove anni alle origini del Credere nei cinque continenti, indagando la relazione tra l’individuo e il sacro attraverso i più antichi rituali della storia umana. In mostra, cinquantaquattro scatti selezionati dall’autrice nel corpus dei cento che compongono il progetto originario, patrocinato nel 2009 dall’UNESCO che ne ha riconosciuto il valore di testimonianza a salvaguardia del patrimonio immateriale. Le foto sono state scattate su pellicola bianco e nero medio formato e vengono proposte al pubblico della rassegna versiliese in stampe di grandi dimensioni. La mostra, a cura di Denis Curti, nasce dalla collaborazione con il critico francese Daniel Bauret ed è proposta da Fondazione di Venezia.

Dai rituali di purificazione e della Pasqua a San Pedro Cutud, nelle Filippine, ai combattimenti con i bastoni del Donga Stickfight presso la Valle del fiume Omo, nel Sud dell’Etiopia; dai riti sciamanici dei Maestros Curanderos, in Perù, ai temerari tuffi a capofitto – Nangol – delle cerimonie d’iniziazione dell’Isola di Pentecoste, nell’arcipelago di Vanuatu; dalla celebrazione del Bar-Mitzvà presso il Muro Occidentale di Gerusalemme alla preghiera del venerdì nell’affollata moschea di Bukhara in Uzbekistan. Quella di Giorgia Fiorio è stata un’impresa lunga, ricca, complessa e tormentata ai quattro angoli del globo, condotta senza intenzioni documentaristiche o enciclopediche, «non per descrivere ma per sondare con inesauribile stupefazione e rispetto» le diverse forme di espressione del mistero dell’esistenza e le forze che muovono folle di pellegrini attraverso i deserti o verso inaccessibili altitudini, i codici, i rituali, i gesti che connotano l’ancestrale aspirazione dell’uomo all’equilibrio fra identità esteriore e sé più profondo. «Ho intrapreso il mio viaggio nel 2000 sin dall’inizio identificando nel termine “dono” il cardine della ricerca, ma soltanto dopo un lungo cammino di molti anni ho inteso tutta la portata del significato di questa piccola parola», racconta Giorgia Fiorio. «Tutti i rituali – nonostante l’inalienabile diversità del contesto culturale e umano in cui hanno preso forma – trascrivono lo stesso dispositivo del dare e del ricevere in una dimensione di passaggio tra l’entrata e l’uscita dalla vita, tra il ricevere e il restituire il dono dell’esistenza. Il mio è stato un percorso conoscitivo che via via ha svelato sé stesso. Cercando di preservare intatta un piccola verginità su ciò che andavo ad incontrare, alla partenza di ogni missione ero come dinanzi a una serie di interrogativi che non cercavano risposta, ma che spostavano l’orizzonte della domanda. Domande, quindi, che rimangono aperte, sospese di fronte a coloro che guardano le mie fotografie, sollevando ulteriori e diversi interrogativi. Queste immagini, più che rappresentare o descrivere la realtà, evocano quanto del reale è inconoscibile e identifica il “mistero” attraverso diverse forme di rappresentazione. Portando con me una frase che il grande Vittorio Sermonti mi donò all’avvio di questo progetto – “Se l’anima è l’ombra, il corpo è l’ombra dell’ombra” – ho viaggiato con l’anelito di cogliere il vincolo indissolubile tra la dimensione spirituale dell’essere e la sua espressione corporea, trascrivendo l’uso della fotografia non come copia del reale ma, secondo la sua accezione etimologica di “tratto della luce”, per disvelare quanto è nascosto al nostro sguardo».

Giorgia Fiorio

Il percorso espositivo a Seravezza è organizzato secondo un criterio cronologico, sul modello di un layout che Giorgia Fiorio e Gabriel Bauret hanno messo a punto nell’arco di un anno. Si parte dalle credenze ancestrali, dai grandi pellegrinaggi, da un confronto con gli Elementi della terra, del cielo e dell’acqua e con i grandi spazi. Una dimensione aperta e su larga scala alla quale fa seguito un corpo a corpo sempre più stretto con la dimensione fisica della spiritualità. Poi l’approdo alle religioni rivelate, ai grandi monoteismi, con le loro gestualità e forme codificate, sino alle dimensione mistica delle grandi filosofie d’Oriente in un percorso che conduce dalla materia all’astrazione metafisica.

Un lavoro intenso e di grande riflessione. Così lo definisce il curatore Denis Curti. «Uno degli aspetti che più colpisce della mostra è la sospensione di ogni giudizio. L’autrice riesce a raccontare ciò che vede mantenendo sempre quell’aura di rispetto che è necessaria quando si trattano argomenti così antichi e così profondi, che toccano davvero la sensibilità degli individui. Non è solo un lavoro sulla religione, ma una dimostrazione di enorme curiosità antropologica, di misurazione dei sentimenti umani. Perché solo gli artisti sono dotati di quello speciale sismografo che riesce a cogliere le contraddizioni, le paure, le gioie, i desideri, le aspirazioni. E questo di Giorgia Fiorio è proprio un lavoro che misura la natura più intima dell’uomo, un lavoro in qualche modo unico. In tutto ciò diventa importante anche il dettaglio tecnico di una produzione fotografica totalmente analogica, scattata in pellicola e passata attraverso un procedimento chimico. È un’importante dichiarazione dell’autrice, che rinuncia alla banale nitidezza del vedere in favore dell’energia che risiede tra luce e oscurità, traducendo questo in grana, in particelle di argento annerito disposte su un foglio di carta. Dentro quel pulviscolo c’è tutta la ricchezza umana, la quantità umana di cui Giorgia è capace e che tutti possono verificare ammirando le sue opere».

Oltre alla mostra, Giorgia Fiorio porta a Seravezza l’edizione 2017 di “RAM – Reflexions Masterclass Advance”, il suo seminario internazionale di fotografia contemporanea che accoglie quest’anno dodici artisti alumni e tre visiting students su nomination dello Studio Marangoni. Il 7 aprile a Palazzo Mediceo è in programma l’incontro con Giorgia Fiorio, Giovanna Calvenzi e gli artisti del seminario sul tema “Visione; Immaginazione; Espressione: cos’è diventata la fotografia del nostro tempo?” che prevede un colloquio aperto al pubblico, su riservazione fino ad esaurimento posti.

«La Fondazione di Venezia – dichiara Fabio Achilli, direttore della Fondazione di Venezia – opera da sempre in ambito culturale e dal 2007 ha avviato la costruzione di un importante archivio fotografico con più di 50.000 fotografie rappresentative dei più importanti maestri italiani del ‘900 e contemporanei. L’Archivio è poi confluito nella Casa dei Tre Oci, oggi divenuta il punto di riferimento della fotografia a Venezia. Nell’ambito di queste attività, che hanno visto la Fondazione anche committente di nuovi lavori, si sono sviluppate collaborazioni con importanti archivi e fotografi. Tra queste si inserisce la conservazione e la valorizzazione di un importante lavoro “IL DONO”, di una delle indiscusse protagoniste della fotografia contemporanea internazionale, Giorgia Fiorio. La mostra oggi presentata è il frutto di questo lavoro».

 

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