Al ritorno dall’Armory Show di New York i primi sintomi

All’età di 80 anni, dopo un mese di lotta contro quel nemico mortale che ci aveva già portato via nelle scorse settimane Vittorio Gregotti e Luis Sepúlveda, per citare giusto un paio di nomi del mondo della cultura, se ne va il gigante della critica d’arte internazionale: Germano Celant. Nelle università italiane il suo nome è sempre pronunciato con riverenza. C’è chi l’ha amato e chi l’ha invidiato, ma per chiunque voglia intraprendere il percorso del critico o del curatore, Celant è sempre stato un faro. Si pensa abbia contratto il Covid-19 al ritorno dall’Armory Show, la celebre fiera newyorkese. Il 23 febbraio la direzione aveva rassicurato gli espositori e i visitatori con un comunicato in cui le istituzioni sanitarie dichiaravano un basso rischio di contagio negli USA. Sappiamo tutti come da lì a poche settimane la situazione sia irrimediabilmente precipitata e ora più che mai diventa facile puntare il dito contro coloro che hanno sottovalutato il rischio (volutamente?) perché troppo golosi di incassi.

Celant è divenuto celebre per aver fondato e diretto il gruppo dell’Arte Povera a partire dal manifesto “Appunti per una guerriglia” comparso sulle pagine di Flash Art nel novembre del 1967. La prima mostra del gruppo è stata inaugurata alla Galleria La Bertesca di Genova il 27 settembre 1967 e si intitolava “Arte Povera – Im Spazio”. Era chiara già dal titolo la volontà del curatore di attaccare senza mezzi termini un sistema consumistico che aveva corrotto in profondità anche il mercato dell’arte contemporanea ed erano altrettanto scontati i principali bersagli dei suoi attacchi: Pop Art e Optical Art. Conosciamo tutti gli eventi che sono seguiti nei mesi successivi, con l’inizio del ’68, e quindi con il solito senno di poi ci siamo resi conto di quanto Celant fosse sintonizzato sulla giusta frequenza, di quanto avesse percepito che nell’aria si respirava un’insoddisfazione collettiva e non c’è stato critico al mondo che abbia compreso in anticipo e in maniera così chiara di cosa avesse bisogno l’arte contemporanea per rinnovarsi. In quel momento, il critico ha dimostrato un impegno non solo artistico ma prima di tutto etico e politico. È con Celant e Szeeman che è nata la figura del critico militante come la intendiamo oggi. Colui che in prima linea, accanto agli artisti, si sporca le mani, affronta le battaglie quotidiane e le insidie del mercato.

 

Intervista a Germano Celant nell’ambito della grande rassegna antologica sul movimento nato nel 1967.

 

Gli esponenti di quel gruppo sono tra gli artisti italiani che hanno conosciuto il maggior riconoscimento fin da subito e nell’ultimo decennio questo interesse si è trasformato in un aumento costante dei record d’asta. Celant però non si è fermato nel 1971 con lo scioglimento del gruppo, ma anzi, ha conosciuto un tale crescendo di popolarità nel mondo intero che lo ha portato a curare mostre prestigiose al Centre Pompidou di Parigi (1981), alla Royal Academy of Arts di Londra (1989) a Palazzo Grassi a Venezia (1986 e 1989) e soprattutto in territorio statunitense dove ha collaborato con il Solomon R. Guggenheim Museum di New York in veste di senior curator. Nel 1997 ha ottenuto l’incarico di direttore della Biennale di Venezia e quell’edizione non è stata una delle tante perché si teneva in contemporanea con la sua più insidiosa rivale: Documenta di Kassel, quell’anno curata da Catherine David. Era un braccio di ferro che non accadeva dal 1982, ma da allora lo statuto di entrambi gli enti aveva subito notevoli revisioni e il mondo intero aveva vissuto una trasformazione irreversibile. Celant ha scelto di indagare in maniera sistematica un passaggio generazionale attraverso il titolo “Futuro Presente Passato”, mentre la David ha adottato una linea più critica e politica optando per “Politics/Poetics”. Nel 2013 si è misurato con una sfida titanica, ovvero il reenactment di una delle mostre più importanti della seconda metà del Novecento: “When Attitudes Become Form”. La mostra risaliva al 1969 e portava la firma dell’unico vero avversario di Celant: Harald Szeeman, all’epoca direttore della Kunsthalle di Berna. L’impresa si è dimostrata un tale successo che quell’anno ha ricevuto il The Agnes Gund Curatorial Award accanto a Miuccia Prada che ha ottenuto il The Leo Award conferiti dall’Indipendent Curators International di New York. Non stupisce che nel 2015 sia diventato il direttore artistico di Fondazione Prada.

Celant è autore di innumerevoli pubblicazioni in cui si è distinto per una scrittura profonda ma non pretenziosa, complessa ma non cervellotica. È il curatore che detiene l’attuale record di ingaggio per aver curato alla Triennale di Milano “Art & Food” in occasione di Expo 2015. Tutti questi dati e tutti questi record restituiscono le gesta di quello che da molti è stato considerato il più grande curatore al mondo, ma non ci dicono nulla della sua eredità. Oggi, Celant non è importante per aver creato l’arte povera. È importante per aver adottato un’etichetta che contraddice l’idea stessa di etichetta (quando afferma “arte povera è un’espressione così ampia da non significare nulla. Non definisce un linguaggio pittorico, ma un’attitudine” ci dimostra quanto per lui sia afona la verità dichiarata) ed è importante per aver inventato un nuovo modo di avvicinarsi agli artisti e di unire le forze per un obiettivo comune. Mi auguro che continui a essere un punto di riferimento per le future generazioni di critici e curatori.

 

 

crede profondamente nell’equivalenza arte=vita e vorrebbe “fare della propria vita come di un’opera d’arte” per dirla alla D’Annunzio. Si è laureato in conservazione e gestione dei beni e delle attività culturali a Venezia e sta completando una specializzazione in storia dell’arte contemporanea. Gestisce uno spazio televisivo dedicato alla divulgazione dell’arte contemporanea su OrlerTV, ama seguire da vicino artisti italiani emergenti di cui cura mostre e testi critici ed è accanito sostenitore di ARTEiNworld. Oltre all’arte gli piace anche il cinema e bere birra, di cui è raffinato intenditore, ma forse di tutto questo sa fare bene solo l’ultima.

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