FRANCESCO BONAMI Courtesy Francesco Bonami

Conversazione con Francesco Bonami: “Non credo nell’arte a domicilio”

Mettere ordine nella libreria significa fare ordine nei propri pensieri (Luis Borges). Costretta dall’isolamento, ci provo anch’io. Arrivo alla lettera b, lo sguardo cade sui libri di Francesco Bonami. Chissà che cosa penserà lui di quanto stiamo vivendo. Certa che riceverò risposte che vanno oltre l’ovvio, gli telefono.

Ciao, Francesco, come stai? Mai come oggi, la banalità di una domanda posta per educazione, che spesso non prevedeva nemmeno una risposta, si è trasformata in segno di sincero interesse per la salute altrui.
Bene, credo.

Ora, vivi a Milano, una delle città più colpite dal Covid-19.
In realtà, vivo ancora a New York ma non ci posso tornare. Lì è ancora peggio che a Milano.

Certo, se fossi rimasto negli Stati Uniti non sarebbe andata meglio. A proposito, perché sei tornato in Italia?
Faccio su e giù, ma sono tornato temporaneamente quando Stefano Boeri era assessore alla cultura della città per lavorare a qualche progetto con lui.

Che effetto ti fa tutto questo sbandieramento del tricolore che si vede in giro?
Non ci faccio caso, devo ammettere.

Una entità invisibile e misteriosa come un virus ha messo in scacco il mondo come lo conoscevamo finora.
Shit happens dicono in America ma noi ci rifiutiamo di ammetterlo. Esiste qualcosa di imponderabile e non è mai andato via.

I capolavori vanno incontrati fisicamente nei musei

Il lockdown, catapultandoci improvvisamente in un tempo vuoto, comporta la riorganizzazione delle giornate. In più, come indica Umberto Galimberti, spinge a una revisione del passato e alla riprogettazione del futuro.
C’è un presente che contiene sia il passato che il futuro e con questo dobbiamo fare i conti, ma non ci siamo abituati. Anzi, credo proprio che non lo sappiamo fare.

Che cosa immagini alla fine del tunnel.
Un altro tunnel.

Con musei e gallerie chiuse, c’è stata una esplosione d’arte nei social. È tutto un proliferare di mostre virtuali: incuriosito o infastidito?
Snervato.

Esattamente un anno fa, usciva il tuo libro “Post – L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità sociale” (Feltrinelli). Un testo, oggi, ancora più attuale.
Sono cresciuto con i maestri del colore. Vedere un capolavoro, anche se sono cresciuto a Firenze, non era cosa abituale. La maggior parte dell’umanità non metterà mai piede in un museo, ma conoscerà forse moltissime opere d’arte attraverso la rete.

Per il mercato, è risultata vincente la consegna dell’opera a domicilio. Come la pizza.
Per l’arte non funziona così. L’arte è una scusa per cambiare dimensione e scala mentale.

Hans Ulrich Obrist (La Lettura – Corriere della Sera – 13.04.2020) dice che il mondo ha bisogno degli artisti e che il governo deve sostenerli. Auspica, insomma, un nuovo New Deal. Boh. Tutti auspicano qualcosa. Cicero pro domo sua. Gli artisti non sono mai scomparsi, nemmeno quando morivano sei milioni di persone nei campi di concentramento. Non penso che il mondo debba temere che la specie dell’artista si estingua. Un tempo c’era chi scriveva “La banalità del male” (n.d.r. Hanna Arendt), oggi ci vorrebbe qualcuno che scrivesse “Il male della banalità”.

Che cosa ti aspetti dagli artisti a pandemia conclusa.
Nulla, direi. Spero che loro non si aspettino più di quanto meritano o avrebbero meritato prima della pandemia.

Lorella Pagnucco Salvemini

nella sua geografia dell’anima ha Venezia, la città natale, nel cuore e la Versilia eletta a buen retiro. Quando nell’adolescenza le chiedevano che cosa avrebbe desiderato fare da grande, rispondeva sicura: viaggiare e scrivere. Così, per raggiungere lo scopo, si è messa a studiare lingue prima, lettere poi. E sono oltre 30 anni che pubblica romanzi, saggi, scrive articoli, gira per il mondo. Ci sono tre cose - dice - di cui non può fare a meno: il mare, la scrittura, il caffè. Ah: è il direttore responsabile di ArteinWorld.

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