ARTEiN anno XI nr 58 - intervista a Tommaso Paloscia

Buon compleanno, Tommaso

Firenze. È in atto fino al 6 novembre a palazzo Bastogi la mostra-omaggio dedicata a Tommaso Paloscia nel centenario della nascita (1918-2018).

Una iniziativa fortemente voluta dalla figlia Simonetta, in collaborazione con Fabio Fornaciai, Nicola Nuti e la Regione Toscana.
Sono intervenuti Eugenio Giani, Luca Alinari, Umberto Cecchi e lo stesso Nicola Nuti.
Una sala affollata e commossa ha ricordato assieme ai relatori la persona straordinaria che era Tommaso: giornalista, in primo luogo – e grande, grandissimo – profondo conoscitore dell’arte, responsabile della pagina della cultura al quotidiano La Nazione. È stato anche direttore responsabile de La Gazzetta delle arti, nonché firma di punta, per tanti anni, di ARTEiN.

Con l’occasione, ripubblichiamo qui di seguito l’intervista rilasciata al nostro direttore, Lorella Pagnucco Salvemini, vent’anni fa in occasione dell’ottantesimo compleanno.

Riportiamo l’articolo originale:

Buon compleanno, Tommaso. 80 anni sono una bella età. Come festeggi?

Non festeggio. I compleanni dopo una certa età cominciano a dar noia. Ci sarà in questi giorni, ad ogni modo, una bella manifestazione organizzata da artisti fiorentini che si sono messi insieme per allestire una mostra intitolata “Gli amici di Tommaso”. Sono ottanta, quanti i miei anni, ognuno espone un’opera di piccole dimensioni che metteremo all’asta a beneficio di qualche ente morale. Il comune di Firenze, proprio lo stesso giorno del mio compleanno, ha organizzato una cerimonia nella sala Brunelleschi del Palagio dí parte Guelfa per consegnarmi un riconoscimento della mia lunga attività professionale, presenti il vicesindaco Brasca e il vicedirettore de “La Nazione” Umberto Cecchi. Nel pomeriggio, a Montecatini, per iniziativa dell’amico gallerista Giorgio Ghelfi, nella sala delle conferenze delle Terme Le Tamerici mi è stato consegnato, dall’Azienda di promozione turistica, l’Airone (scultura in vetro e argento conferita a note personalità della cultura n.d.r.) più una medaglia d’oro dalla direzione delle Terme. Ha parlato l’amico Nicola Micieli. Gli hanno fatto corona Risaliti, assessore alla cultura della Provincia di Pistoia, il vicepresidente dell’Apt, e Bernacchi, direttore generale delle Terme.

Che effetto ti fanno questi premi e riconoscimenti?

È come se tutto ciò capitasse a qualcun altro e io fossi solo un invitato alla festa. In ogni caso, sarei un bugiardo se non affermassi che mi fanno piacere. Cerco solo di limitarne la portata, perché in fondo penso si tratti di premi anagrafici.

Come nasce la tua vocazione alla critica d’arte?

Mio padre, Gaetano, era pittore floreale abbastanza noto. Da bambino razzolavo fra le tele e i pennelli. Tutte le mattine gli rinfrescavo la tavolozza delle tempere. Lui, una volta terminato il dipinto (quasi sempre tempere su tela), lo appuntava su delle assi per lasciarlo asciugare. Da principio i colori non si distinguevano, li vedevo pian piano apparire. Ciò mi dava il tempo di leggere progressivamente e attentamente il quadro. Avevo la sensazione di essere dentro l’opera, di studiarla nella sua essenza.

Perché, poi, ti sei laureato in legge?

Era il desiderio di mia madre. Aveva una grana circa una proprietà che le stava sfuggendo di mano, e che infatti andò a finire in cenere. S’era messa in testa che per farle riottenere i suoi beni sarei dovuto diventare avvocato. Ma io non ero fatto per svolgere quella professione. Dopo la laurea, ho preferito l’incarico di redattore giudiziario a “La Nazione”. Fin da ragazzo, collaboravo alle pagine regionali dei quotidiani. Trasferitomi a Roma, mi mantenni agli studi facendo il disegnatore caricaturista. Tenevo taccuino e matita sul comodino, mi svegliavo la notte con le battute in mente e le segnavo rapidamente, per poi presentarle l’indomani all’approvazione delle redazioni. All’Università di Roma, dopo una clamorosa dimostrazione contro la guerra, trovammo un bel mattino un cartello grosso come una casa dov’era scritto che il duce, accogliendo la richiesta dei giovani universitari fascisti, concedeva loro l’alto onore di servire la patria in armi. Fui spedito in Jugoslavia. L’8 settembre mi rifugiai in Abruzzo, alla ricerca dei miei che trovai sfollati in un villaggio. Organizzai una banda di partigiani, di cui ero comandante, partecipando anche a diverse azioni pericolose. Dopo, tradito da un patriottista, dovetti nuovamente scappare. Un momento particolarmente drammatico. Una volta passato nell’Italia libera, fui subito preso in cura dagli alleati, che mi disinfettarono come biancheria sporca. Poi fui convocato al Ministero della guerra per curare l’informazione. Quindi venni a Firenze alla “Patria militare”, quotidiano dell’esercito, e naturalmente diventai inviato di guerra. Nel ’47, fui assunto da “La Nazione” che risorgeva dopo la chiusura del periodo bellico. Ricominciai da capo: cronista, redattore giudiziario. Ho militato anche nel settore sportivo, in precedenza ero stato un atleta. Sono rimasto a “La Nazione” ricoprendo man mano vari incarichi: da capo del servizi esteri a redattore capo. Una scuola bellissima per me è stata l’edizione della sera, dove ero un po’ il despota, perché i direttori dovevano occuparsi dell’edizione del mattino. Con pochi elementi a disposizione, bisognava arrangiarsi in tutto, prendere decisioni immediate. Successivamente diventai capo redattore con la responsabilità delle pagine culturali nell’edizione del mattino. Tutto ciò svolgendo sempre in parallelo l’attività di critico d’arte.

Quindi hai sempre scritto d’arte, anche quando per “La Nazione” ti occupavi di altri settori?

Sì, per esempio mentre ero inviato per i processi. Ma scrivevo anche di archeologia, dato che avevo visitato i più importanti scavi dell’Europa e del Medio oriente.

Qualche ricordo significativo: la Firenze del dopoguerra, per esempio.

L’ho vissuta tutta la Firenze del dopoguerra, dai primi tentativi di ricostruzione, di fare qualcosa di nuovo, di voltare pagina. Mi occupavo degli artisti al di fuori del giornale, all’interno lavoravano altri critici. Successivamente, piano piano, hanno iniziato a chiedermi dei contributi perché leggevano le mie presentazioni nei cataloghi. Ho cercato di dare sempre il meglio, non so se poi si trattava di incapacità mascherate.

Sei ingiustamente severo con te stesso.

Sì. Del resto lo sono sempre stato. Eppure, a volte, mi hanno rimproverato di scrivere troppo positivamente. Il fatto di scegliere di recensire una mostra piuttosto che un’altra comporta già, implicitamente, un’espressione di giudizio, vuol dire che merita attenzione. Quando prendevo una posizione decisamente contraria, significava che altri mi sollecitavano ad occuparmene. Allora diventavo veramente severo. Ricordo un mio direttore che mi invitò a scrivere su una rassegna presentata da lui. All’epoca, curavo la pagina settimanale dell’arte. Pubblicai una quarantina di righe con un titolino a una colonna. Lui andò in bestia, gli risposi: “Se non ti va ci metti qualcun altro, io la vedo così”.

Un bell’atto di coraggio.

Ho avuto diversi atti di coraggio di questo tipo. Una volta, stavo perfino per tirare in testa una macchina da scrivere a un direttore. Ero in cronaca, mi caricavano di un sacco di lavoro. Una sera entrò arrabbiato il direttore perché era tardi e io non avevo ancora finito il mio lavoro. Mi alzai, sollevai la macchina da scrivere e lui se ne andò fischiettando, come se nulla fosse accaduto. Fu generoso, perché avrebbe potuto farmi licenziare.

Hai mai avuto paura?

Nel nostro mestiere non ci si può permettere di avere paura. Nel caso di un pover’uomo che crede nella sua arte ed è onesto, sono capace di scrivere un peana. Mentre con l’artista affermato che guadagna fior di milioni e pensa di poter permettersi di fare tutto ciò che vuole, anche sconcerie, divento di una durezza eccezionale. Crispolti, un giorno, mi disse: “Sto preparando il catalogo generale di Guttuso. Ho letto una decina di tuoi articoli. Ce ne fosse uno in cui tu ne dica bene”. Gli risposi che è utile ogni tanto ricordare anche quelli che non ne dicono bene. Non sto nel coro di nessuno. Da Guttuso, che avevo apprezzato molto in precedenza, mi sarei aspettato di più. A un certo punto si è assuefatto ai guanti bianchi del maggiordomo e questo mutamento mi ha.  dato noia.

Mi pare che tu concepisca la critica d’arte un po’ come Robin Hood.

Non esageriamo. Anni fa, allestirono a Palazzo Strozzi a Firenze una mostra del seicento. Una rassegna enormemente pubblicizzata. Quando la visitai, rimasi stupito. Alle pareti erano appesi quattro ordini di quadri, uno sopra

l’altro. Mi chiedo cosa possa averci capito un pubblico di non esperti. Inoltre, l’evidente mancanza di selezione significa che dietro si celano tanti, troppi interessi. Per questo mi scagliai contro quell’esposizione. Il direttore, che per fortuna durò poco, affidò a una ragazza di quelle rampanti la controrecensione. Lei intervistò tutte le persone coinvolte con la manifestazione che ovviamente esprimevano pareri assai favorevoli.

Questa attività di critica libera in un giornale nel quale ti dovevi scontrare con il direttore, quanto ti ha formato?

Essendo responsabile per l’arte, non osavano dirmi di non pubblicare questo o quest’altro. Però, per orgoglio, dopo correvano ai ripari. Mi sono trovato spesso in difficoltà. Ho sempre pagato per la mia libertà, ma non c’è soddisfazione più grande.

Cosa pensi della critica d’arte di oggi?

 Esistono critici obiettivi, con una preparazione effettiva, non casuale, che manifestano apertamente quanto pensano. Altri, al contrario, si mettono al servizio di clan, di privati, turbando un po’ le acque.

Che cosa sentiresti di dire a questi critici coinvolti in determinate ideologie o lobby finanziarie?

Incaricato di scrivere il mio pensiero sulla situazione dell’arte per uno dei cataloghi Bolaffi feci una filippica contro i critici affiliati ai vari clan, che falsavano le prospettive, per cui i giovani che non fossero con loro apparentati non sapevano più come organizzare una mostra e farsi conoscere. Esistono linguaggi belli, nuovi, interessantissimi. Il critico deve fare lo sforzo immenso di tenersi aggiornato. Io lo faccio e mi costa molto tempo e fatica.

Parliamo anche dei giovani che ti stimano, che sono stati alla tua scuola.
Anche io ti sono grata, fin dai tempi de “La Gazzetta delle arti”, quando mi trasmettevi il mestiere di giornalista senza nemmeno dare la sensazione che lo stessi insegnando.

Sono io che ti ringrazio per dirlo. Ne ho avuti molti di allievi, a tutti ho cercato di insegnare qualcosa senza averne l’aria. Sono convinto che la cultura non vada ostentata, altrimenti rischia di diventare falsa cultura.

Mi ripeti la storiellina dell’amico di infanzia?

Ai cronisti dicevo che la maniera più semplice e vera per raccontare un avvenimento è quella di fingere di scrivere una lettera al più caro amico di infanzia, col quale ci si è confidati reciprocamente su fatti intimi, sulle cose, sui punti di vista espressi vivacemente sugli accadimenti. Per esempio: “Caro Giovanni, ieri, alle ore tal dei tali, mi è capitato che…e così via”. Alla fine si cancella quel caro Giovanni, si eliminano i saluti. Quanto rimarrà è la notizia di cronaca viva perché corrisponde a come la si è vissuta e sentita, soprattutto la si è comunicata con il linguaggio fresco e spontaneo che si usa tra amici.

Oggi che viviamo nell’epoca della comunicazione, paradossalmente comunichiamo sempre meno e sempre peggio.

Non si scrive più per il pubblico, ma pensando di riferirsi al personaggio importante che ci legge. A ciò si deve imputare, secondo me, una delle cause dell’inghippo. Mi fai ricordare un portiere che avevo nel mio stabile e che trascorreva tutto il giorno seduto al suo banco con il giornale aperto sulla pagina sportiva. Ogni volta che passavo, mi rincorreva: “Dottore, proprio lei che sa tutto sulla Fiorentina…”. Mi confondeva con un mio cugino, bravissimo giornalista sportivo. Un giorno, leggendo un articolo di Gianni Brera, uomo oltre che sportivo assai colto, mi chiese: “Senta dottore, chi è questo Schopenhauer (lo pronunciava sillabando Scopenauer) che non ho mai sentito”. “Un’ala tornante” e me ne andai. Credo che il segreto del giornalismo stia nella capacità di scrivere un pezzo comprensibile al portiere e che contemporaneamente non offenda la dignità del professionista.

Lo stesso stile, la stessa felicità comunicativa si ritrovano poi nelle tue pubblicazioni importanti.

Forse ti riferisci a ‘Accadde in Toscana”, di cui sono usciti due volumi. Il primo analizza il periodo dal 1915 al 1940, il secondo prosegue dal 1941 al ’70. Il terzo, dal ’71 a oggi, è in fase conclusiva. Avrei dovuto già terminarlo.

La soddisfazione più grande della tua carriera.

Mi è rimasto un po’ di quel comportamento dovuto a certa psicologia giovanile, quando aspettavo la pubblicazione del pezzo sul giornale e lo rileggevo. Oggi non lo faccio più per non guastarmi il sangue con i refusi e i tagli, però rimango ugualmente contento quando esce. Queste soddisfazioni offuscano altre maggiori. Ciò che mi preme è che quanto fatto non vada perduto.

E l’amarezza più grande?

Mi è capitato di provare amarezza quando ho notato che per fatti indipendenti dalla mia volontà ho nuociuto a qualcuno. Una volta attaccai un noto pittore fiorentino che mi odiò per tre anni. Quando lo reincontrai mi riferì che da allora non aveva più venduto un quadro. Mi avvilii veramente, anche se al vernissage gli avevo espresso lo stesso giudizio che successivamente avrei scritto, e non s’era scomposto. In ogni caso un episodio che mi ha turbato moltissimo.

Una risposta che ti fa onore: in genere uno ricorda le amarezze provocate dagli altri a noi e non il contrario.

Per quelle provocatemi, dovrei essere continuamente arrabbiato. Non succede più. Vedo le cose in modo più distaccato, comprese le calunnie gravi di chi cercava di colpire quello che è stato lo scrupolo di tutta la mia vita: essere onesto fino in fondo.

Il tuo pensiero sul mercato dell’arte italiana di oggi.

Praticamente non esiste. È un mercatino rionale, rispetto a quello vero che da New York ci passa sopra il capo, si ferma un po’ più in là, a Francoforte, Parigi e Londra, per procedere diritto verso Tokyo. Da noi, assistiamo a dei tentativi di infiltrazione nelle bande più slabbrate di questo arco per godere delle briciole. Allora i pittori cercano di imitare gli americani che costano molto; i galleristi tentano di tenere alte le quotazioni credendo in tal modo di formare grandi artisti: un errore gravissimo. Maccari mi diceva: “Hai visto che hanno venduto un mio quadro a quattro milioni? Che ladri che sono!”. Poi va detto che la pittura italiana è molto scaduta. La scultura, invece, parla ancora italiano: Martini, Messina, Marini, Manzù sono tuttora dominanti a livello internazionale. Un altro grande è Moore, naturalmente. Oggi ci sono Vangi, apprezzato in tutto il mondo, e Pietro Cascella che stimo molto.

Quali sono gli artisti del nostro novecento che privilegi?

Ce ne sono stati diversi, a cominciare dai futuristi che hanno almeno inventato qualcosa. Poi Sironi, de Pisis, Morandi e, per quanto riguarda la pittura toscana, Soffici e Rosai.

E chi apprezzi fra le nuove generazioni?

A Firenze ci sono due giovani che tutti ritenevano i miei pupilli perché li ho sostenuti dalla loro prima mostra: Alinari e De Poli. Ma ve ne sono molti altri di valore e tutti ampiamente interessanti.

Che cosa diresti ai giovani critici?

Di non montare in cattedra mai. Diventano ridicoli quando si mettono in mostra con queste lezioni che fanno cadere dall’alto verso la platea. E poi che capiscano quanto sia falsa la diffusa convinzione che si diventa grandi critici scrivendo male degli artisti.

Ai giovani artisti?

Quando incontro un pittore umile, ne dico tutto il bene che posso. In genere, però, l’artista non è umile per natura. Può anche imporsi di non dire male dei colleghi se è una persona educata, ma di solito ognuno si reputa migliore degli altri. Ricordo una conferenza, quando invitato a parlare di Picasso – ne sono sempre stato entusiasta – a un certo punto un artista mi interruppe: “Se li avessi avuti io tutti gli appoggi ottenuti da Picasso da parte di collezionisti e mercanti…”. “Certo – risposi – sarebbe diventato grande anche lei. Mi scusi”. In mancanza di umiltà, però, mi aspetto che almeno siano sinceri.

E ai giovani galleristi?

La galleria in senso tradizionale è finita. Bisogna che escogitino qualcosa per attrarre il pubblico. La gente va alle inaugurazioni se è previsto il drink. Di sabato ci sono persone che pranzano e cenano con i vernissage. E tutto finisce lì.

Rimpianti?

Di non aver potuto fare tutto quello che avrei voluto fare. A 80 anni, sono ancora pieno di progetti. Però un rimpianto ce l’ho: “La Gazzetta delle arti”. Era un giornale diverso, e mi sono anche accorto che era proprio una bella creatura.

Qualche argomento che non abbiamo trattato?

Di me stesso non ho mai parlato così tanto e così a lungo.

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