People - 2018 - Ph. Giorgio Benni

Il gusto dell’ossimoro
La costruzione dell’immagine ispirata ai linguaggi digitali

LA SUA PITTURA EVIDENZIA IL CONTRASTO TRA IL PROCESSO DIRETTO E IMMEDIATO
DELLA CONOSCENZA SENSIBILE, E QUELLO MEDIATO DELLA ESPRESSIONE ARTISTICA

È lo stesso Fabrizio Campanella, in un’intervista a Il Messaggero nel 2008, a usare il termine “oggettivismo astratto” per esemplificare la propria ricerca, ed è in questa chiave che va compreso quel superamento dell’astrattismo storico che il pittore, anche in successivi interventi sui media e in rubriche televisive specializzate, ha voluto sottolineare utilizzando, nella sua poetica, le stesse logiche di costruzione dell’immagine che appartengono ai nuovi linguaggi digitali.

FABRIZIO CAMPANELLA - Ph. Giorgio Benni
FABRIZIO CAMPANELLA – Ph. Giorgio Benni

L’ossimoro dell’espressione non deve tuttavia trarre in inganno. Campanella, infatti, non allude a un’astrazione che prenda spunto dall’oggetto, e cioè dal reale, né al presupposto, ormai comunemente accettato dalla critica, che tra i due poli, quelli appunto della realtà e dell’astrazione, non esistano confini o differenze sostanziali. La definizione, piuttosto, evidenzia il contrasto tra il processo diretto e immediato della conoscenza sensibile, e quello indiretto, o mediato, della sua traduzione in un equivalente. Se il primo processo risente, almeno in parte, del punto di vista personale ed emotivo del soggetto conoscente, il secondo, oggettivando in un format, o modello virtuale, alcuni elementi, o dati, di quell’esperienza, ne cancellerà altri, ipotizzando nuove relazioni da sviluppare all’infinito, in una sorta di simulazione che obbedirà soltanto alle proprie dinamiche interne. È una funzione di pixel, come accade per certi programmi informatici come il rendering, che prende in prestito una porzione o memoria di ciò che chiamiamo realtà, con i suoi vocabolari condivisi, per convertirla in un’autonoma fattispecie. Non solo: obbedendo a un fare che, come nella differenza tra analogico e digitale, converte la sua fonte in una sorta di equazione, quasi matematica, dove al posto dei numeri, ovviamente, ci sono le forme e i colori, tale processo di oggettivazione è anche astratto, in opposto al concreto dell’esperienza e della natura, integrando all’immagine una serie di alterazioni, sovrapposizioni e interferenze che sono ormai un tutt’uno con le controverse chiavi di lettura della nostra visione contemporanea.

Info: studiosoligoroma@gmail.com


CAMPANELLA AND ABSTRACT OBJECTIVISM

The Taste of the Oxymoron
To construct images, he draws inspiration from digital idioms

HIS PAINTING HIGHLIGHTS THE CONTRAST BETWEEN THE DIRECT AND IMMEDIATE PROCESS
OF KNOWLEDGE AND THE INDIRECT ONE OF ARTISTIC EXPRESSION

In a 2008 interview with the Messaggero newspaper, Fabrizio Campanella himself describes his research as “abstract objectivism”. This definition is certainly the key to understand that surpassing of historical abstraction the painter has stressed in successive interviews with television series focused on art and with the media, and which he has been pursuing through the adoption of a poetics grounded on the employment of digital idioms to construct images.

However, the oxymoron of expression should not mislead us. Campanella’s abstraction draws inspiration neither from the object, that is, from reality, nor from the premise that there are no barriers or substantial differences between the two poles of reality and abstraction, a theory now generally accepted by critics. Instead, his definition points to a contrast between the direct and immediate process of sensorial knowledge and the indirect one of its expressive tradition. Whereas the former is affected, at least in part, by the subject’s personal perspective and by his emotions, the latter, since it entails the objectification of some of the elements and data of experience and creates virtual models, or formats, while cancelling others, suggests new relationships that can be developed ad infinitum, in a sort of simulation that abides only by its inner dynamics. This is a pixel function, like the ones in a rendering software; it borrows a part of what we call reality, together with its shared vocabularies, and turns it into an independent entity. But this objectifying process does more than that. By converting its source into a sort of – almost mathematical – equation, in which numbers are obviously replaced by forms and colours (similarly to the difference between analogical and digital), it works in an abstract way: in contrast with the concreteness of experience and nature, it creates images with a series of alterations, superimpositions and interferences that have now become one with the interpretations of our contemporary perspective embedded in them.

Info: studiosoligoroma@gmail.com

SHARE

Related Post