ELIO MARCHEGIANI Grammatura d’oro k24 supporto lavagna, 1979 Ph. Gabriele Fiolo

Un artista singolare, Elio Marchegiani. Per l’articolo della copertina a lui dedicata, ha voluto ripubblicare un testo scritto trent’anni fa dal nostro direttore, Lorella Pagnucco Salvemini. Qui di seguito, ci spiega perché.

QUELL’IDEA IMPROVVISA PER UN PERSONAGGIO DIFFICILE

Giancarlo Calcagni, gallerista, mercante ed editore d’arte, un esemplare amico come pochi, mi chiese, anni fa, un incontro per una intervista da pubblicare nella sua “Gazzetta delle Arti” nello speciale “Personaggi difficili”. Giunse nel mio studio trasteverino accompagnato da Lorella, giovane bella donna e Silvio, un fanciullo di dieci anni: figlio della medesima. Dopo i convenevoli anche con Carola, azzardai la battuta: “Che bella donna ti accompagna!”. Lui: “Non solo, è intelligente, appassionata d’arte e soprattutto scrive benissimo!” Silvio, intanto, girava attentissimo nello studio. Lasciando gli ospiti adulti all’attenzione di Carola sono andato ad accompagnare il fanciullo nella curiosità che prestava a tutte le mie opere. È stato qui che, improvvisamente, mi è venuta l’Idea e da dove mi trovavo nello studio ho detto a gran voce a Giancarlo: “Ma allora perché il personaggio difficile questa volta non l’intervista Lorella?”. Così è stato ed a trenta anni di distanza dalla “Gazzetta delle Arti”, oggi, in ARTEiN World riproponiamo per intero lo scritto di Lorella Pagnucco Salvemini, moglie e compagna eccezionale di un eccezionale amico perso in questa nostra lunga avventura nell’arte. Ricordiamolo, Giancarlo, insieme a chi seppe così presto leggere un personaggio difficilissimo.

Elio Marchegiani

P.S. Intanto Silvio, quarantenne, ricorda sempre la mia disponibilità alla sua curiosità.

Predominanza del verticale oro k24, supporto rosso pergamena, 1977 Ph. Gabriele Fiolo
Predominanza del verticale oro k24, supporto rosso pergamena, 1977 Ph. Gabriele Fiolo

Ed ecco l’articolo scritto trent’anni fa

30º anniversario di uno scritto
Acuto, ironico, divertente, comunque arduo da decifrare

 

“HA FATTO DI TUTTO E DI PIÙ,
È UN BEL PROBLEMA TROVARGLI
UNA COLLOCAZIONE DEFINITIVA”

 

Voglio scrivere di Elio Marchegiani, so che non è facile. Lui è uno che sconcerta. La sua arte ancora di più. Voglio che se ne parli, ancora, in modo diverso. Che la critica finalmente si decida ad ammettere un certo imbarazzo e la propria vulnerabilità per quel qualcosa di diverso e di imprendibile che si intuisce e non si può mai propriamente afferrare di lui. Marchegiani puoi studiarlo, seguirne il percorso artistico, alle volte anche conversarci (pardon! ascoltarne i torrenziali monologhi), alla fine avrai comunque la sensazione di non averlo mai del tutto correttamente compreso. Acuto, ironico, a una prima e superficiale conoscenza ti incuriosisce e diverte. Attenzione che poi puoi inconsapevolmente scoprire di temerlo. Meglio: è il suo silenzio, quello inaspettato, lungo, voluto e caparbio che ti mette a disagio. E ti inquieta. Lo indovini presago e fecondo – come del resto già in passato – di qualche ennesima, stupefacente “diavoleria”.

Elio Marchegiani
Elio Marchegiani

La verità è che Marchegiani non si sa bene come prenderlo, dove collocarlo. Ha fatto di tutto, ma quel che è “peggio” sempre a modo suo. Informale, pop, optical, neo-dada, concettuale, performance a proprio rischio e pericolo, perfino figurativo. E ancora, eccolo usare con straordinaria disinvoltura ready-made, lavagne, intonaci, caucciù, reperti. Se lo credi solo irrisorio, dissacrante, proiettato nei facili e sterili j’accuse, sei senz’altro in errore. Puoi trastullarti con i suoi marchingegni, timidamente sorridere. Se ti incoraggia pure ridere, magari di gusto all’esibizione di una sua ultima trovata.

Poi, improvviso un dubbio ti assale, lancinante come in una contrazione spastica. E se tutto questo divertissement nascondesse invece del profondo? Mentre studi, deglutisci, rifletti, lui, sornione, capisce subito di aver centrato. Con malcelata soddisfazione, assai educatamente come si conviene, passa leggiadro ad altro. Lasciandoti lì, in incredula solitudine, ad osservare quelle sue opere così strane e a meditare.

“Perché ci hai dato sguardi profondi?” si domandava Goethe. Ti viene in mente e vorresti dirglielo. Così, tanto perché sappia che hai smesso di giocare. Che ora sei serio, attento, intellettualmente ineccepibile. Rincari la dose, cercando di darti un contegno. Guardi attorno, lentamente. Strizzi pure gli occhi per mettere a fuoco meglio. Dato che sei afflitto da una miopia congenita e persistente, l’operazione dovrebbe riuscirti naturale. Perlomeno lo speri. Ti soffermi sui primi lavori importanti. Sui Muri d’oro del ’62, sul Deus ex machina del ’65, e ancora (con qualche reticenza, tuttavia, a causa di un’atavica superstizione) su quell’increibile Gufo del ’64. Dici: Perché gufi?, accorgendoti troppo tardi che la freudiana omissione dell’articolo si accorda fin troppo fedelmente ad un inconscio stregonico che potrebbe essere di Benevento. Per fortuna, e del tutto insperate, ti giungono in aiuto frammentarie memorie di quelle letture esoteriche che tanto t’affascinarono dieci anni prima.

Ti lanci. Con fare solenne, ricordi l’oro nelle sue plurivalenze simboliche di solarità, mascolinità, pensiero attivo. L’argento, in stretta osservanza al principio analogico, lo avvicini inversamente al lunare, al femminile, a divinità come Demetra o Kore, all’essenza, infine, del fluttuare e dell’intuire. Prosegui. Il triangolo, quello di Deus ex machina, lo associ al potere coercitivo del Dio biblico, ne cogli gli impliciti riferimenti massonici ed iniziatici, senza scordarti neppure alcuni enunciati della geometria euclidea. Quanto al gufo, (che ostinatamente continui ad avvertire come iettatore) ti salvi illustrandolo quale emblema egizio del sapere.

“SENZA PARERE, CON LEGGEREZZA
LANCIA SGUARDI PROFONDI
SULLE COSE E SULL’UMANITÀ”

 

Se a questo punto ti pare di essere stato bravino, fermati e guardalo, Lui, “il Marchegiani”, che fa? Niente. Ascolta e basta. Il volto ti si arrossa, ti innervosisci. Ti scopri ingenuamente intrappolato a pensare cosa lui stia pensando, di te ovviamente. E perdi tempo. Scalpiti. Binario morto.

Grammature d’oro k24 supporto pelle, 1979 Ph. Gabriele Fiolo
Grammature d’oro k24 supporto pelle, 1979 Ph. Gabriele Fiolo

Avresti mai immaginato una visita così impegnativa? Eppure, lo sapevi. Te lo avevano detto. Per lui un’opera d’arte è tale quando riesce a far riflettere. Che altro? Sì, comunicazione. Sei al corrente che gli piace questa storia dell’equivalenza arte – comunicazione. Anzi, ti verrebbe da chiedergli qual è il suo messaggio, cosa gli sta più a cuore far sapere. Ma desisti in fretta. Certo che ti potrebbe rispondere come Fontana a lui nel 1961: “io ho fatto il taglio, sta a voi giovani capire cosa ci sia dietro”; o come Kafka per i suoi segreti “Non vorrà svelarli a una persona che conosce da appena mezz’ora”.

Quasi soprappensiero ti avvicini a Body Milk e alla Lapide luminosa a James Bond, entrambe del ’64. Ti sembrano chiare. La prima, è un’evidente denuncia dello sfruttamento del corpo femminile da parte dell’ideatore pubblicitario. La donna ridotta a corpo, da soggetto pensante a oggetto erotico. Come se si dovesse desiderare con la medesima intensità totalizzante del richiamo sessuale il prodotto reclamizzato. Avant tous la séduction è il mistero imperativo. Molte ci cascano.

La seconda rappresenta il crollo di un mito della nostra epoca, L’aitante, fascinoso, apparentemente indistruttibile James Bond è morto. Poco male, non disperiamo. È capitato perfino a Marx e al dio nietzscheiano. Intanto, un ben tornito busto di donna si accende con galeotte scritte luminose di 007: continueremo a portarlo in cuore, si fa per dire.

Questa volta a divertirsi è lui, “il Marchegiani”. Ossia, ti convinci che stia approvando. Lo crederesti compiaciuto e persuaso. (Sii obiettivo, quando mai un cenno di assenso è comparso su quel volto a confermartelo?). Ti pare e fai bene a pensare così. Da una certa angolazione, non è forse la fede superiore all’essere? Ancora la filosofia, è sempre lì che vai a parare. A proposito, hai notato i ritratti de La Cultura è energia del periodo ‘69/71? Socrate, Platone, Aristotele, Diogene, Archita etc. dinamizzati da un apparecchio Van Der Graaf. Cultura statica, cultura tecnologica. A parte che ti ci vorrebbe un ripasso e ti secca ammetterlo, il tutto non ti è chiaro. Guardi ancora. Che ha creato Marchegiani? L’alta energia, rivoluzione e sintesi del sapere. Semplice, no?

Sin troppo, mon cher, e preferisci cambiar musica. Il concerto per gomma solista te ne offre la splendida opportunità. Qual è il suono che il caucciù – fibra naturale imbrigliata ad una durata effimera – può riprodurre? Unicamente il tuo. Quello che mani partecipi sanno generare. Sono opere che vivono con te e di te. Si tendono al tatto, reagiscono. Si assotigliano, espandono, stridono. Portano le tue impronte, in una parola sono la tua pelle. Elemento di superficie che riflette il profondo e a questo – basta una carezza per accorgersene – si ricongiunge.

Ti infervori in questo discorso, un po’ emozionato finisci per inciampare in una lavagna. Come Carola la settimana prima, che per poco non si amputava un piede.

 

“UN VIAGGIO EMOZIONANTE
ED EMOZIONATO TRA LE SUE OPERE
POETICHE, ASTRATTE, ALCHEMICHE”

 

Ne ha fatti di lavori Marchegiani con la lavagna e anche con l’intonaco. Questo è il muro, la libertà. Il gesto spontaneo del bambino che ci scrive e ci pasticcia sopra, in beata purissima, primigenia innocenza. E tu lì a condividere. (non ricordi più i guai che ti ha fatto passare quel moccioso strillone di tuo figlio, quando si ingegnava a riprodurre – con tanto di pennarello rosso – il sole che piace alla mamma sulle pareti della sua stanza? Eliminarlo era impresa titanica).

L’altra, la lavagna, è scolarizzazione, scienza, principio, metodo. Coercizione ed onere.

Nascono le Grammature di colore supporto-intonaco, supporto-lavagna segnate da attraversamenti di linee ordinate in verticale.

Indefinitamente variabili eppure ossessivamente ripetitive, sono aste che si fanno poesia, astrazione, alchimia, ritualità, pura fantasia. Restano trait d’union in/tra un’opera e l’altra come simbolo primordiale, come scrittura verticale, geroglifico (Hieroglyphikà-Grammata) resto di memoria, embrione di un pensiero che attende di esprimersi o di svolgersi compiutamente, il divenire (sono sue parole) che lo accompagna da sempre insieme alla sua materia.

Tempo scandito con lentezza, come in un ricordo e in una attesa.

Lo spazio affidato al mnemonico non può che generare immagini. All’intonaco si affacciano strutture iconiche, proposte nell’essenzialità di prospettive rinascimentali in un rapporto di compresenza spaziale e discorsiva con le grammature.

Sono le Sinopie, aste e figure assieme. Rinviano ad un passato sottratto alla dimenticanza e – riprendendolo –finalmente lo significano. Sono qualche cosa che sta dietro, dietro alla facciata strappata, graffiata e gettata. Non il davanti, il dipinto, l’effetto, il fenomeno. Sono qualche cosa che già c’era ed ora riappare, come una memoria, come un fantasma. Sono uno scavare, un tagliare: gli sia concesso.

Come dire: la storia diviene nell’attualità. E Marchegiani nella storia, Prima di congedarti del tutto, ti giri a guardarlo nell’unico modo plausibile come se lui fosse l’impossibile. Ma è possibile, anzi certo che di lui prestissimo molto ancora vedremo. E ancora ne parleremo.

Lorella Pagnucco Salvemini, “La Gazzetta della Arti”, Venezia, estate 1989, in “Personaggi difficili”

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