Caspar_David_Friedrich_Viandante_davanti_al_mare_di_nebbia

 

Quando ho letto la mail del Direttore, che mi invitava a condividere con i lettori una mia riflessione su questo particolare periodo storico e sociale, mi è subito balzata all’occhio la frase “ora che disponiamo di tanto tempo”.

È vero: mai nella vita ho visto rallentare il ritmo delle mie giornate come ora, prima scandite, da quando ne ho memoria, dal rumore assordante delle sveglie. Ricordo bene la prima, terribile, alle 7.00 di ogni santo giorno per andare all’asilo, materna e medie. La seconda, ancora più spaventosa, quasi da lavoratore notturno: quella delle superiori, con la corsa all’autobus che partiva alle 6.45 del mattino, in tempo per la campanella delle 7.50.  Poi, il mondo del lavoro, dove i più fortunati, come me, iniziano generalmente alle 9.00, la maggior parte alle 8.15/30, timbro del cartellino annesso e chiusura forzata all’ombra di una luce artificiale fino alle 17.30, salvo straordinari. Una vita ripetitiva, nel mio caso concitata e indaffarata, dove sono quotidianamente tirata per la giacchetta da scadenze, appuntamenti, riunioni, urgenze. E chi non lo è?

Improvvisamente, invece, ecco la mia giornata tipo rivoluzionata da un virus di origine orientale, pericoloso, che comporta febbre, tosse e affanno, fino a che abbiamo chiuso e, ora, svolgo il mio lavoro da casa.

Ammetto che ho passato i primi giorni entusiasta nello scoprire applicazioni per videochiamare, con annessi video-aperitivi in gruppi di 4 o 8 persone. La “connessione virtuale” col mondo mi è venuta però, quasi subito, un po’ a noia. D’altronde, la strada è così silenziosa, senza le auto, l’aria più respirabile e gli interni illuminati da una luce che mi trafigge: poesia.

La mia stanchezza mentale, quindi, si è manifestata: ho cominciato a dormire lungamente, forse anche per non pensare al peggio. Ho assunto dei ritmi davvero lenti, oppure mi sono concessa di guardare un film in seconda serata, non temendo di non sentire la suoneria della sveglia il giorno dopo. Non svolgo una professione necessaria alla collettività come quella di medici, infermieri, addetti alla sicurezza, protezione civile, commessi dei supermercati e così via. Loro sono i nostri podisti, maratoneti, centauri, duecentometristi in odore di record.  No, io sono un’inutile privilegiata, che potrebbe cagionare danno solo muovendosi: ho capito subito che farlo è mio un dovere morale e forse l’ho anche esasperata, questa indicazione. Ieri, infatti, ho capito che posso rimanere un’interna giornata sul divano, senza muovermi – senza sentire alcuna angoscia particolare.

Ammetto che conoscenti e amici preoccupati di non poter passeggiare, gli anziani che, volontariamente, escono più e più volte al giorno, incapaci di stare fermi o i corridori che sfidano le regole e i padroni che portano i cani in giro fino allo stremo mi sembrano fare parte di una lontana razza aliena.

Allora sono, forse, un’ignava, come cantato da Dante? La mia natura è vegetativa, piuttosto che sensitiva e intellettiva? Si può affermare che la pigrizia sia mia sorella? Chi lo sa. Mi chiedo, però, se questa reclusione sia simile al suo purgatorio. Eccomi incredibilmente ferma, concentrata sull’essenziale, desiderosa di sopravvivere e con, come grande opportunità, quella di abbandonarmi al dolce far niente.

So già, infatti, che dopo questo isolamento infinito, perpetrato nella durata ad ogni decreto, ci attenderà nuovamente il solito inferno. Anzi, peggio. Sarà tutto anche più concitato, stringente e dovremo sostenere un ritmo bestiale, senza sconti. Dovremo fatturare di più per recuperare il periodo di fermo e sì, si urlerà di più, pretenderemo di più.

Il nostro pianeta, intanto, trae beneficio da questa assenza produttiva. Eccola, la nostra ingombrante presenza, quella della razza umana, che si crede eterna e invincibile, subire uno stop; i virus che l’ecosistema crea sono sempre più trasmissibili: che siano le prove generali per portarci, infine, all’estinzione? Come è successo ai dinosauri, ad esempio? Di nuovo, non ho risposta. La nebbia sale nella mia mente e ricomincio, assonnata, a riposare. Fuori è tutto vuoto, ma due opere mi balzano alla mente, in questo torpore, donandomi il sorriso.

La prima è Viandante in un mare di nebbia del grande pittore Caspar David Friedrich, che così affermò:

”Devo essere solo e sapere che sono solo per poter vedere e sentire pienamente la natura. Devo compiere un atto di osmosi con quello che mi circonda, diventare una sola cosa con le mie nuvole e le mie montagne per poter essere quello che sono”.

La seconda non ha ancora un’attribuzione certa, ma è conosciuta e amata in tutto il mondo: La città ideale di Urbino. È la perfetta rappresentazione delle nostre belle città rinascimentali, ora svuotate. Ci fa tastare con mano la meraviglia delle nostre architetture e ci insegna a riconoscere che l’opera dell’uomo ci sopravvive. Non penso esista un’opera più contemporanea di questa, anche se risale alla fine del 1.400 d.c.

Chi l’avrebbe detto?

Un abbraccio a tutti noi, andrà tutto bene.

Alice Gatti

 

La città ideale
La città ideale

nata nei pressi della laguna nel 1981, collaboratrice di ARTEiN dal 2010, sognatrice e golosa, sia di pietanze che di libri e di arte.

Related Post