LA META-PITTURA È LA SUA CIFRA STILISTICA: A PARLARE SONO I CROMATISMI E LE FORME PURE
NELLE TELE DELL’ARTISTA LA SFIDA ALLE APORIE DEL SECOLO BREVE

Siamo nessuno, in rapporto alle coordinate del cosmo, ma non per questo si placa il nostro bisogno di comprendere i ritmi dell’esistente, conferendo a dati di fatto in sé neutri significati arbitrari che sono antidoti contro un sentore di vacuità contrario all’essenza stessa del vivere. Come scriveva Popper, l’indagine del reale non potrà mai dirsi conclusa: mai ci sarà dato addivenire ad una verità irrefutabile, dovremo continuamente approfondire la nostra comprensione del mondo. In ciò, probabilmente, risiede l’acquisizione più spiazzante del ‘900 scientifico.

Di pari passo si svolgeva il secolo breve artistico, all’insegna di un sentire contemporaneo che ha significato
lo sganciamento da ogni pretesa di rappresentatività e un maggior coinvolgimento del fruitore finale, chiamato ad un’interpretazione attiva dell’opera d’arte.

Negli esiti degli oltre 40 anni di attività di Angelo Dozio, artista schivo quanto l’algida Brianza che nel ‘41 gli diede i natali, pulsa indomita e riconoscibile questa inquietudine. La sua opera è stata ed è un susseguirsi inesausto di sperimentazioni.

La vocazione figurativa dei primi lavori fu presto abbandonata: subito e giovanissimo si addentrò in una meta-pittura che è tu ora sua cifra stilistica; analisi dei meccanismi stessi della percezione, alla maniera delle indagini sul colore care agli esponenti della optical art.

La sua è ormai una grammatica di sintagmi riconoscibilissimi.

Sulle sue tele agiscono pure intuizioni, segmentazioni asimmetriche dello spazio compositivo, che precipitano l’occhio dell’osservatore in spazi inesplorati, chiamandolo a gestirli. Votati ad un rigoroso astrattismo geometrico, si susseguono esercizi di stile mai uguali a se stessi, a discapito di una prima ingannevole impressione di ripetitività. Al colore, primo violino, soccombono i piani e le forme, contentandosi di un ruolo da gregari e collaborando così al lirismo dell’insieme. Unico aggancio al mondo reale sono i titoli dei singoli cicli, capitoli di un’introspezione condotta con mezzi via via più sofisticati – asintotica ricerca e inesausta: dalle curve delle Rondini ai punti dei Neutrini, passando per Orizzonti, Labirinti, Zolle. Pur sempre di linee trattasi: persino in Zolle, volumi geometrici applicabili alle pareti, ciclo in cui Dozio recupera il rapporto con la materia vibrante e feconda dei primi collage.

Un alfabeto assolutamente circoscritto: poche forme, scandagliate in ogni dettaglio, coinvolte in una riduzione caparbia ad un linguaggio minimale, ma non per questo private di possibilità significanti. Dalle circonvoluzioni con cui i messaggeri della primavera fendono l’aria, segnando limiti di campiture di colore steso pianamente e pienamente, ai punti variopinti e simmetrici che simboleggiano l’unità ultima dell’esistente, pulsante di energia e non ulteriormente divisibile. Le curve si sdraiano via via sul piano dell’orizzonte, per poi frammentarsi nei minuscoli segmenti dei reticoli visivi nella serie dei Labirinti , graticci ipnotici in cui nessuna figura prevale e tutti i possibili percorsi dello sguardo si equivalgono. Ed ecco, infine, il cortocircuito – gli Infiniti: la vibrazione delle linee si fa incontenibile.

Siamo nessuno, niente abbiamo da perdere: tanto vale allora osarlo, l’Assoluto – anche se non ci sarà mai dato afferrarlo davvero.

Isabella Michetti

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