L’ALTRA COPERTINA / di ISABELLA MICHETTI

LA META-PITTURA È LA SUA CIFRA STILISTICA: A PARLARE SONO I CROMATISMI E LE FORME PURE

NELLE TELE DELL’ARTISTA LA SFIDA ALLE APORIE DEL SECOLO BREVE

Siamo nessuno, in rapporto alle coordinate del cosmo, ma non per questo si placa il nostro bisogno di comprendere i ritmi dell’esistente, conferendo a dati di fatto in sé neutri significati arbitrari che sono antidoti contro un sentore di vacuità contrario all’essenza stessa del vivere. Come scriveva Popper, l’indagine del reale non potrà mai dirsi conclusa: mai ci sarà dato addivenire ad una verità irrefutabile, dovremo continuamente approfondire la nostra comprensione del mondo. In ciò, probabilmente, risiede l’acquisizione più spiazzante del ‘900 scientifico.

Di pari passo si svolgeva il secolo breve artistico, all’insegna di un sentire contemporaneo che ha significato
lo sganciamento da ogni pretesa di rappresentatività e un maggior coinvolgimento del fruitore finale, chiamato ad un’interpretazione attiva dell’opera d’arte.

Negli esiti degli oltre 40 anni di attività di Angelo Dozio, artista schivo quanto l’algida Brianza che nel ‘41 gli diede i natali, pulsa indomita e riconoscibile questa inquietudine. La sua opera è stata ed è un susseguirsi inesausto di sperimentazioni.

La vocazione figurativa dei primi lavori fu presto abbandonata: subito e giovanissimo si addentrò in una meta-pittura che è tu ora sua cifra stilistica; analisi dei meccanismi stessi della percezione, alla maniera delle indagini sul colore care agli esponenti della optical art.

La sua è ormai una grammatica di sintagmi riconoscibilissimi.

Sulle sue tele agiscono pure intuizioni, segmentazioni asimmetriche dello spazio compositivo, che precipitano l’occhio dell’osservatore in spazi inesplorati, chiamandolo a gestirli. Votati ad un rigoroso astrattismo geometrico, si susseguono esercizi di stile mai uguali a se stessi, a discapito di una prima ingannevole impressione di ripetitività. Al colore, primo violino, soccombono i piani e le forme, contentandosi di un ruolo da gregari e collaborando così al lirismo dell’insieme. Unico aggancio al mondo reale sono i titoli dei singoli cicli, capitoli di un’introspezione condotta con mezzi via via più sofisticati – asintotica ricerca e inesausta: dalle curve delle Rondini ai punti dei Neutrini, passando per Orizzonti, Labirinti, Zolle. Pur sempre di linee trattasi: persino in Zolle, volumi geometrici applicabili alle pareti, ciclo in cui Dozio recupera il rapporto con la materia vibrante e feconda dei primi collage.

Un alfabeto assolutamente circoscritto: poche forme, scandagliate in ogni dettaglio, coinvolte in una riduzione caparbia ad un linguaggio minimale, ma non per questo private di possibilità significanti. Dalle circonvoluzioni con cui i messaggeri della primavera fendono l’aria, segnando limiti di campiture di colore steso pianamente e pienamente, ai punti variopinti e simmetrici che simboleggiano l’unità ultima dell’esistente, pulsante di energia e non ulteriormente divisibile. Le curve si sdraiano via via sul piano dell’orizzonte, per poi frammentarsi nei minuscoli segmenti dei reticoli visivi nella serie dei Labirinti , graticci ipnotici in cui nessuna figura prevale e tutti i possibili percorsi dello sguardo si equivalgono. Ed ecco, infine, il cortocircuito – gli Infiniti: la vibrazione delle linee si fa incontenibile.

Siamo nessuno, niente abbiamo da perdere: tanto vale allora osarlo, l’Assoluto – anche se non ci sarà mai dato afferrarlo davvero.


THE OTHER COVER STORY / by ISABELLA MICHETTI

IN HIS CANVASES, THE ARTIST CHALLENGES THE APORIAS OF THE SHORT CENTURY 

META-PAINTING IS HIS STYLE, MARKED BY CHROMATISM AND PURE FORMS

Compared to cosmic coordinates, we are no one; nevertheless, our urge to understand the rhythms of existence – giving intrinsically neutral facts arbitrary meanings that work as an antidote to a feeling of emptiness contrary to the very essence of life – is not appeased. As Popper wrote, the quest for truth never stops; since we will never come to know irrefutable truth, we shall continue perfecting our knowledge of the world. Possibly, this is the most disarming discovery made by twentieth- century science.

At the same time, the short century of art flowed, in a spirit of contemporary feelings that led to the abandon of any claim to representativity, and a major involvement of the end-user, called to actively interpret the work of art.

This feeling of restlessness is clearly present in the outcomes of over 40 years of activity of Angelo Dozio, an artist as shy as his icy Brianza, where he was born in 1941. His works have been, and still are, an inexhaustible succession of experiments.

Dozio quickly abandoned the figurative vocation that marks his first works and adopted a meta-painting approach, which has become the very core of his style, and is based on the same analysis of perceiving mechanisms that characterises the studies on colour carried out by the exponents of the Optical Art movement. His style is now a grammar of easily recognisable verb phrases. His canvases are marked by pure intuition and asymmetrical segmentation of the visual composition, taking the observer’s eyes to unexplored spaces, asking him/her to manage them. Committed to strict geometrical abstraction, ever-changing exercises in style follow each other, despite a tricking first impression of monotonousness. Flat surfaces and forms yield to colour, first violin, and are happy with their roles as supporters, working together in the lyricism of the visual ensemble. The only contact with reality rests in the titles of his series of works, which can be considered as the single chapters of an introspective path climbed using increasingly refined instruments.

These works are marked by asymptotic and inexhaustible research: from the bends in Rondini to the points in Neutrini, from Orizzon and Labirin to Zolle. After all, each of these works includes some lines, and even in Zolle – some geometrical volumes that can be applied to walls – Dozio recovers that relationship with vibrating and fertile matter that marked his first collages. A completely delimited alphabet made of few forms, studied in every detail and involved in an obstinate reduction to a minimal language that does not deprive these forms of their meaning. From the convolutions with which the heralds of spring cut through the air – marking the limits of campitures of colour spread in a full and at way – to the colourful and symmetrical dots that stand as symbols of the ul mate unity of existence, and of a throbbing energy that cannot be further divided. In the Labirinti series, bends gradually lay down on the horizon and then fragment into tiny segments of visual lattces, creating mesmerising grids where there are no dominant shapes and the eye can follow any possible path.

Finally, there is a short-circuit – the Infiniti (“infinites”) works, where the vibration of lines gets out of control. We are no one and we have nothing to lose: then, we might as well venture in search of the Absolute, although we will never be allowed to really grasp it.

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