Alda Merini

Quel sangue irruente di poeta

“Sono nata il 21 a primavera / ma non sapevo che nascere folle, / aprire le zolle / potesse scatenare tempesta”. E tempestosa di certo, come le sue parole – di fiamma, di luce, di violenza e di dolore – è stata l’esistenza di Alda Merini. Se ne è andata dieci anni fa a 78 anni, “l’1 a Ognissanti”, potremmo dire parafrasando il suo celebre endecasillabo. Coerente e profetica anche all’appuntamento con l’aldilà. Lo ha anticipato di un giorno, perché forse morire in quello dei morti le sarebbe sembrato di morire due volte, o per sempre. Ha scelto bene: il primo di novembre è data che sa di beatificazione. Santa subito. Così è stato. Non che le potesse interessare tutta quella gloria postuma – coccodrilli stucchevoli sui giornali, funerali solenni, sepoltura al Famedio fra i grandi di Milano. Lei che zittisce chiunque osi parlarle del Nobel: “ Me li mandino pure i premi, con un milione di euro non si compra amore, attenzione (…) Ti dimenticano anche quando ti ricordano”. Lei che – poverissima, dispone solo del vitalizio della legge Bacchelli – userà i 36 milioni del premio Montale– Guggenheim per pagare il conto all’Hotel Certosa dove si trasferirà finché non finiranno i soldi.

Denaro che nelle sue mani pare che scotti, e allora eccola con gioia infantile a spartire quell’improvvisa manna con ogni barbone incontrato per strada. Uno, Titano, se lo porta perfino a casa. Ci rimarrà per cinque anni. E sarà amore, il disperato, struggente, amaro, lucido bisogno d’amore di una donna che è stata pazza e che è guarita con la poesia. E poesia sia, dunque. Come quando, all’inizio di quella passione “bastava una inutile carezza / a capovolgere il mondo”, e lei presagisce “una sorta di sacerdozio nella sua anima”. Poi, fatale e terribile come una maledizione divina, tutto il tormento, l’angoscia, l’impotenza per un altro – l’ultimo – fuoco che si va spegnendo, finché “a un certo punto / uno bestemmiava l’altro / uno con l’altro / bestemmiavamo la vita”. Quella stessa vita che li ha entrambi defraudati, vilipesi, assolti, “ma soltanto a una condizione: / alla condizione della galera”. E sì che la Merini la prigione l’ha già conosciuta, la peggiore che esista, internata come sarà per vent’anni nell’orrore dell’ospedale psichiatrico, il cervello martoriato da 37 elettroshock, senza più casa, figlie, eros, senza più pubblicazioni. Vent’anni di supplizio, crudeltà e silenzio. Privare un poeta dei suoi versi è come ucciderlo. Ma a lei il deragliamento dalla ragione porta a vedere oltre e più lontano. Ai suoi occhi, sono piuttosto altri ad essere abitati dalla follia. Per esempio, il dottore che di notte le attacca al braccio una flebo per pacificare il suo “sangue irruente di poeta”.

E, guardando dalla finestra i ritmi frenetici di una Milano incapace ormai di amore, la sentiremo sentenziare: “ i pazzi siete voi, quelli chiusi fuori dal manicomio”. Verità che strappa il sorriso, la verità folgorante che affiora sulla bocca dei folli. Finirà anche quell’inferno. Verrà quindi “il momento di cantare / una esequie al passato”. Dà alle stampe “La Terra Santa”: versi incandescenti, sulfurei, voci dall’abisso. Inconscio gridato che tutto travolge e comprende: coraggio, terrore, brutalità, sogno, desiderio. Esplode il caso Merini, quasi si trattasse di una esordiente. Lei che compone già a 16 anni e a 22 pubblica la prima raccolta da Scheiwiller. Liriche che incantano Giacinto Spagnoletti, Salvatore Macrì, Maria Corti per la spregiudicata fusione di impulsi religiosi ed erotici, cristiani e pagani. Della “ragazzetta milanese” si accorgono Pierpaolo Pasolini, Eugenio Montale, Maria Luisa Spaziani. Ad accorgersi soprattutto Giorgio Manganelli, con la sua sensibilità di scrittore lunare. Fra i due scatta la scintilla: ed è passione, intensa, travagliata, sconvolgente. Conoscerà il delirio, l’estasi, il manicomio. Non ha dubbi: “fu il mio primo amore, fu grande amore”. Quanto a lui, “era timidissimo, cincischiava, arzigogolava per paura di amare”.

Sicché, ogni tanto lei gli dà qualche sberla. Porta scompiglio, Alda, nell’ambiente letterario milanese. Colleziona amanti celebri. Anche Salvatore Quasimodo, “uomo sapiente, vaso di argilla / e d’oro” non le resisterà e lei gli dedicherà alcune fra le sue più intense liriche erotiche. Poi, nel 1953 stupirà tutti convolando a nozze con un panettiere, Ettore Carniti, al quale resterà legata per 28 anni. Vedova nell’81, è troppo innamorata della vita e dell’amore per restare sola. Troppo innamorata dell’arte, anche, inizia una improbabile convivenza con il pittore Charles, per risposarsi precipitosamente due anni dopo con il poeta tarantino Michele Perri. “Rime petrose”, Poesie per Charles”, “Per Michele Perri”: lo sa bene, la Merini, che parla di sé come di una mantide religiosa. Fino alla fine, un po’ regina, un po’ mendicante, ricoperta di stracci e di bigiotteria vistosa, le labbra vermiglie, a circondarsi di giovani artisti, amanti presunti, sognati. Reali, di tanto in tanto. È l’amore che la fa scrivere e la scrittura che la tiene in vita. Anche ora che non è più.

Lorella Pagnucco Salvemini

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