MARIO MERZ Michele Ciolino a fianco di un igloo - Pirelli HangarBicocca, Milano, 2018

30 SEMPLICI CASE TUTTE UGUALI, EPPURE DIVERSE

Merz rappresenta la fragilità del mondo naturale

 

IL RITORNO ALL’ARCHETIPO
È VISSUTO COME LA SOLA
POSSIBILITÀ DELL’ARTE

 

Se la brina afferra la tua tenda / Renderai grazie che la notte è consumata”. Queste parole scritte in una luce azzurrina al neon con un’irregolare grafia in corsivo contornano un’archetipa struttura metallica rivestita da una rete che lascia intravedere lo spazio interno.

MARIO MERZ Sentiero per qui, 1986  Installazione / Installation, Pirelli HangarBicocca, Milano, 2018. È un igloo. E quel verso è il titolo che Mario Merz ha voluto attribuire a quest’opera attingendo dai Canti pisani del poeta americano Ezra Pound. Il peggio è passato.

Nell’irreale spazio senza confini dell’Hangar Bicocca incontriamo questo igloo lungo un percorso che ci fa addentrare in una sorta di villaggio: 30 igloo di misure e materiali differenti, un paese, una città irreale creati in collaborazione con la fondazione Merz e importanti musei con la curateria di Vicente Todolì (il primo villaggio venne creato nel 1985 alla Kunsthaus di Zurigo in una mostra curata da H. Szeemann).

Ciascuna di queste case semplici è diversa dall’altra, anche se tutte sono accomunate da questa forma architettonica primordiale. Ci sono igloo ricoperti di argilla, di vetro, di pietra, di juta, di metallo. Sono diversi come sono diversi gli uomini, ma sono anche uguali perché sono metafora della casa rifugio, della casa intimità, della casa dell’anima.

I nomi sono evocativi, sono metafore: La goccia d’acqua, Acqua scivola, Igloo di Marisa (l’amata compagna), Luoghi senza strada, Noi giriamo intorno alle case o le case girano intorno a noi?, Sentiero per qui.

 

SULLE NAVATE DELL’HANGAR
BICOCCA I NUMERI AL NEON
DELLA SEQUENZA DI FIBONACCI

 

Sulle navate dell’Hangar si illuminano numeri (in neon) secondo la sequenza matematica di Fibonacci: ciascuna cifra è generata dalla somma delle due che la precedono. Per Mario Merz rappresentano la trasformazione e la fragilità del mondo naturale.

Natura e cultura, arte e vita nell’ambizione di comprendere materia e spazio sono i principi che connotano il lavoro di un gruppo di artisti definiti dal critico Germano Celant dell’arte povera. Anselmo, Boetti, Gilardi, Pascali, Pistoletto, Zorio, Calzolari verso la fine degli anni ‘60 avvertendo l’esigenza di mettere in discussione valori culturali legati a una società organizzata e tecnologicamente avanzata, intendono ritornare all’archetipo come sola possibilità dell’arte. I materiali poveri da loro utilizzati sono testimonianza della presa di coscienza concettuale delle loro possibilità espressive in un processo mentale elementare.

Rispetto a tale atteggiamento asistemico la cifra stilistica del lavoro di Mario Merz è tra le più poetiche. La sua casa archetipa, nel caos della contemporaneità, è il ricovero più sicuro e intimo per l’anima dell’uomo.

Michele Ciolino

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