Al DAV di Soresina fino al 14 gennaio la mostra curata da Francesco Mutti

Al DAV di Soresina fino al 14 gennaio la mostra curata da Francesco Mutti

“IL SENSO DELLE PAROLE”     

Un’esperienza multisensoriale che va al centro delle problematiche contemporanee

Al DAV di Soresina, fino al 14 gennaio si potrà visitare una mostra di arte contemporanea nel senso più stretto, cronologicamente, del termine. Una collettiva di sette artisti che, grazie alla guida di un accorto e audace curatore come Francesco Mutti, ha sfondato le barriere della comunicazione.

“Il senso delle parole”: il titolo da cui si comprendono il soggetto e l’approccio analitico il cui obiettivo è sviscerare sia i contenuti sia il medium. È proprio la pluralità di veicoli espressivi così contemporanei che porta a considerare questa mostra un evento sperimentale e all’avanguardia.

Viviamo anni di fuoco dal punto di vista della velocità. Rapidità negli spostamenti, facilità estrema nel farsi influenzare nei social, spregiudicatezza nel mettere un like, comunicazione sintetica e immediata a ogni costo. Computer, tablet e cellulari hanno rimpiazzato qualsiasi altra forma di linguaggio. La domanda che ci si pone in questa sede è se il contenuto di quanto si trasmette sia rimasto integro, o abbia dovuto adattarsi di conseguenza.

“La sensazione è quella di un totale abbandono di chi avrebbe molto da dire ma nessuno a cui dirlo poiché la distanza che la società ha sancito tra i suoi esponenti è, al momento, difficilmente colmabile”. Con queste parole, il curatore mette in luce la difficoltà di chi non riesce a esprimere quanto vorrebbe a causa dei mezzi troppo restrittivi e dell’incapacità degli altri di mettersi in ascolto. È ormai chiaro come la parola abbia dovuto piegarsi al veicolo di trasmissione che è stato il colpevole dell’impoverimento della forma e della mortificazione del contenuto.

I sette artisti hanno restituito nuova linfa all’espressione linguistica e hanno ricreato un codice di codificazione dei simboli tale da colmare la distanza tra mittente e ricevente.

Il percorso espositivo inaugura con il duplice lavoro di Annalisa Lenzi “Le parole possono essere l’arma più crudele” e “Le parole fanno male”. La prima è un’installazione video composta da una poltroncina posta su tappeto con accanto un candelabro e un vecchio televisore. Sullo schermo si alterna un filmato di una pressa che viene stretta due giri alla volta e una serie di frasi tra cui “Sei la persona più inutile del mondo”, “Ti ho tradita”, “Se mi lasci ti uccido”, “Cicciobomba cicciobomba cicciobomba”. Frasi dette con superficialità, senza pudore e non immaginando nemmeno le conseguenze. Parole che vengono fagocitate dalla vittima e trasformate in dolore straziante. La pressa si stringe sempre più, aumentando il senso di claustrofobia e sofferenza fino a quando il pezzo di legno con raffigurata una persona stilizzata, che si trova al centro della morsa, implode. La seconda è un’installazione interattiva composta da dodici sagome-bersaglio a figura umana e in scala 1:1. Ognuna con una maschera, all’altezza degli occhi, in grado di restituire una connotazione fisiognomica più precisa. Al centro del busto si trova un bersaglio con una freccia andata perfettamente a segno, trafiggendo il cuore. I visitatori sono invitati a scrivere su un cartoncino una frase che li ha feriti e appenderla a una delle dodici frecce. Il senso è quello di utilizzare la parola per concretizzare un malessere ed esorcizzare il proprio dolore per bandirlo. Successivamente si supera lo spazio architettonico con volte a botte e si giunge a una sala completamente bianca. Il passaggio da un’atmosfera all’altra è straniante. Ricrea il trapasso metafisico dal terreno allo spirituale, dal materico all’evanescente.

Le fotografie di Pierluigi Fresia incorniciano questo ambiente e hanno il compito di fondere immagine e verbo. Non esegue lavori in cui la frase debba stupire e scioccare per seguire la moda del momento o per scimmiottare un anacronistico ritorno a Fluxus. La parola aumenta il suo voltaggio, si carica di tensione espressiva e diventa inappellabile. Gli scatti immortalano paesaggi naturali e antropizzati fermati nel tempo, ma deserti. Il passaggio dell’uomo è concentrato nei pochi caratteri che campeggiano al centro dell’opera.

La stanza viene tagliata verticalmente da 5 teche in plexiglass di Pamela Grigiante. Le sue composizioni gridano e ammutoliscono. L’impatto è devastante tanto più l’universo è quotidiano. I contenitori diventano serbatoi di ricordi che si solidificano in oggetti umili e si prova un senso di inquietudine che attanaglia lo stomaco. Una realtà intima, contenuta in un diario, per osmosi viene assorbita da quei rettangoli trasparenti dove gli insetti, noncuranti dell’uomo, nidificano sui resti abbandonati. Spicca un’opera in cui una macchina da scrivere giace inerte, inutilizzabile. Fogli di carta appallottolati recitano “We do not come back from the dead”, con incollate le ali policrome delle farfalle.

Procedendo, si giunge a un corridoio ai cui lati si trovano due apparecchi telefonici di vecchia generazione, posti l’uno di fronte all’altro. Luca Serasini ha battezzato quest’installazione “Come Iadi tra le Pleiadi”. I due telefoni si guardano complici e intonano squilli. Il visitatore non riesce a resistere alla tentazione di rispondere perché al giorno d’oggi quel richiamo diabolico è diventato un segnale più autorevole di qualsiasi istinto primordiale. Nel momento in cui si alza la cornetta, la voce di Aldebaran o di una delle Pleiadi risponde e racconta la mitologica storia dell’amore non corrisposto tra le due entità astrali. La parola viene indagata sotto il punto di vista della narrazione continua, che solo il linguaggio orale può riportare in tutta la sua musicalità. Il colloquio tra opera e fruitore è privato, intimo. Ci si sente unici protagonisti e portatori del mistero svelato durante la chiamata.

Svoltato l’angolo si entra in una nuova sala lunga e stretta in cui sono esposti 3 parallelepipedi metallici. Il lavoro di Marco Simone Galleni si intitola “Litania” e si basa sul concetto che la ripetizione di una preghiera svuota di significato la parola e la trasforma in una cantilena, una sinfonia acustica che assomiglia a un lamento. Quel suono costante si sintonizza con il proprio battito cardiaco e, senza volerlo, si respira all’unisono. L’allestimento si conclude con una sequenza di materassi e coperte arrotolate, davanti a cui si trova una parete dove viene proiettato un filmato. “Magnitudo” di Nicola Buttari e Manuela Giorgia riflette sulla propagazione della parola sfruttando il metro di misura, oggettivo, dei fenomeni sismici. Come il terremoto che devastò l’Aquila, anche le notizie sui social relative al cataclisma si sono diffuse come le onde di uno stagno dopo che si lancia un sasso. Altrettanto velocemente si sono estinte non lasciando traccia. Solo la magnitudo ha realmente lasciato una devastazione, visibile ancora oggi a quasi dieci anni di distanza.

Nel complesso è un’esperienza multisensoriale che spazia dalla fotografia all’installazione video e dalla scultura al ready made senza ripetersi e arricchendo una tematica complessa e sfaccettata. È una mostra che richiede uno sforzo mentale e analitico non indifferente ma, se si è disposti a mettersi in ascolto, si solcheranno i battenti dell’uscita con nostalgia.

Cesare Orler

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