Damien Hirst | Un’arte folle per folli • Crazy Art for crazy People 

Lorella Pagnucco Salvemini • Direttore di ARTEiNWorld

EDITORIALE / di LORELLA PAGNUCCO SALVEMINI

Venezia • Protesta animalista: 40 kg di sterco per Damien Hirst

Arrivano in piena notte, nel buio e nel freddo di marzo, in una Venezia che ancora non presente la primavera. Un gruppetto di giovani dal sangue caldo per il loro ideale sbarca quatto quatto a San Samuele. Palazzo Grassi troneggia, solitario, nella sua magnificenza.

A fatica, si avvicinano all’edificio, trasportano pacchi voluminosi. Li aprono e sparpagliano davanti alla fabbrica settecentesca, partorita dalla mente di Giorgio Massari, 40 chili di sterco. La scritta sullo striscione depositata davanti al portone spiega la stravaganza dell’eroica e maleodorante impresa: “Damien Hirst go home! Beccati questa opera d’arte”. (Manzoni docet). Prima di dileguarsi, non mancano di apporre la firma, in cerca come tutti del quarto d’ora di notorietà.

Così, apprendiamo che i goliardi sono affiliati a “Centopercentoanimalisti”, una di quelle associazioni che ha più a cuore le sorti delle bestie che non degli esseri umani, che accoglie esclusivamente attivisti di rigida alimentazione vegana e tollera obtorto collo perfino i vegetariani. Non temono nulla, né la legge, né le ritorsioni di chi subisce le loro angherie. Paolo Mocavero, uno dei fondatori, dichiara spavaldo: “Per salvare la vita degli Animali (la maiuscola rivelatrice è sua), bisogna prima rovinare quella degli aguzzini”.

Allevatori, cacciatori, carnivori, circensi e donne in pelliccia siete avvisati.

Non sappiamo come Damien Hirst abbia preso l’ennesima notizia dell’attacco, questa volta escrementizio, degli animalisti: se con stizza, noia, o meraviglia; se ricorrendo al proverbiale sense of humor britannico ci abbia riso su, o se, invece, non abbia finito per riconoscere nei provocatori la sua stessa forma mentis. Fra simili, ci si dovrebbe intendere. In fondo, la sua popolarità è proporzionale alle forti reazioni di disgusto e disapprovazione suscitate dai lavori. La pecora e lo squalo tigre in formaleide, le 9.000 ali di farfalle: l’elenco sarebbe lungo e da museo degli orrori, o da laboratorio di scienziato pazzo. Un’arte folle per folli, ma guai a dirlo. Mister Saatchi (primo mentore dell’artista) e Monsieur Pinault (patron di Palazzo Grassi, dove il 9 aprile si è inaugurata la già controversa mostra) se ne potrebbero avere a male. Considerate le quotazioni da capogiro di Hirst e le opere in loro possesso, più per ragioni pecuniarie che non estetiche, osiamo pensare.


EDITORIAL / by LORELLA PAGNUCCO SALVEMINI

Venice • Animal Rights Protest: 40 kilos of droppings to Damien Hirst

 They come late at night, in cold and dark March, in a still wintry Venice. A small group of hot-tempered young people lands quietly in San Samuele. Palazzo Grassi dominates, solitary and magnificent. They reach the building with some diffculty, carrying unwieldy packages.

They open them and spread 40 kilos of droppings in front of the eighteenth-century factory devised by Giorgio Massari. Words on a banner placed in front of the main door explain the whimsicality of this stinking and yet heroic exploit: “Damien Hirst go home! Becca questa opera d’arte”. (Manzoni docet). Before disappearing, they sign the banner looking – like anyone else – for their half hour of celebrity. This way, we learn that these carefree activists are a liated to “Centopercentoanimalis ,” one of those associations that care more about animals than humans, which accept only strictly vegan activists and tolerate vegetarians only reluctantly. They fear nothing, not even the law or the retaliations of those they vex. Paolo Mocavero, one of the founders, arrogantly claims that, “To save the life of Animals (the revealing capital letter is his), one has to spoil their persecutors’ lives.”

Breeders, hunters, carnivores, circus performers, and women in fur, you’ve been warned.

We do not know how Damien Hirst took the news of the animal rights activists’ umpteenth attack, this time excremental; was he vexed, bored, or surprised? Did he laugh about it, resorting to British people’s proverbial sense of humour, or did he end up identifying his own forma mentis in his provocateurs? One should understand those like him. After all, his popularity is proportional to the strong reactions of loathing and reproach his works cause. The sheep and tiger shark in formaldehyde, the 9.000 butterfly wings are only some works in a long list that reminds us of a horror museum, or a mad scientist’s laboratory. Mad art for mad people, but anyone who says that will be in trouble. Mister Saatchi (Hirst’s first mentor) and Monsieur Pinault (patron of Palazzo Grassi, where the controversial exhibition has been opened on April 9) would feel hurt by that, possibly more out of financial reasons than out of aesthetic ones, as suggested by Hirst’s staggering quotations and the works by him they own.