ARMANDO MARROCCO

Armando Marrocco, la cattività e quei segni sulla carta

Lo studio/laboratorio di Armando Marrocco è uno spazio gigantesco e meraviglioso che contiene la sua vita. Una vita lunga e intensa. Sui banconi di lavoro, sulle pareti, sugli scaffali, appese ai soffitti, ammonticchiate nei corridoi, ci sono tracce quasi infinite di una attività artistica che per oltre mezzo secolo non ha mai provato riposo. In quello studio ci sono gli strumenti con i quali Marrocco ha condiviso l’esistenza: martelli, scalpelli, seghe, trapani, pennelli, morse, legni, chiodi, colori, vernici, collanti, tessuti, carte, gessi e altro, molto altro ancora. Separare Armando Marrocco dal suo studio e rinchiuderlo in una casa – pur se confortevole – significa togliergli l’aria. È ciò che il Coronavirus ha cercato di fare. Senza riuscirci.

Cerchi labirintici che si intrecciano a raffigurare il caos e la complessità delle nostre vite prigioniere del virus

Nella sua bella casa nel centro di Milano Marrocco, durante il lockdown, aveva solo carta, china, grafite e pastelli. Ma aveva anche la ferma volontà di non rimanere prigioniero a consumarsi l’anima. È per questo che ha ripreso a disegnare. Come aveva fatto sessant’anni prima, all’inizio della sua avventura artistica. Allora i suoi disegni erano grandi lavori gestuali, di pura energia. Ora – in cattività – sulla carta si sono snodate linee sottili e pensate, bozze e progetti per un futuro in cui la pandemia non ci terrà imprigionati. Nella maggior parte dei casi, si tratta di cerchi labirintici che si compenetrano l’un l’altro, che si intrecciano e si annodano a raffigurare la complessità e il caos della nostra vita. Per Marrocco questi disegni sono una sosta, un modo per riprendere fiato. E poi ripartire.

Silvano Costanzo

 

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