La natura offesa si ribella. Si impongono drastici cambiamenti

Non vi è dubbio che l’attuale pandemia abbia di colpo fermato un’epoca di frenesia insensata in grado di consumare con la vita delle persone l’ambiente in cui viviamo. Oltre il dolore serve quindi una grande capacità di riflessione e reazione per trasformare questa esperienza dai contorni foschi in un’opportunità che ci consenta di abitare con maggior sensatezza la quotidianità. Certamente molti dei paradigmi e degli stili di vita precedenti la comparsa del Covid-19 dovranno essere completamente rivisti, non soltanto per le conseguenze del virus, ma perché sbagliate a prescindere. Tuttavia senza questa brutale limitazione delle libertà personali non ci saremmo accorti che molti dei nostri spostamenti di lavoro da una parte all’altra del mondo talvolta sono inutili, che abitiamo, i più, in case piccole ed inospitali, che lo spazio domestico non è il rifugio primigenio, non è più luogo di protezione ma semplicemente un sorta di albergo dove dormire mentre tutto il resto come studiare, lavorare, mangiare, curarsi, divertirsi, avviene fuori.

Forse abbiamo preso coscienza, anche troppo bruscamente, che consumare fino al limite dell’estinzione estrema il rapporto tra uomo e ambiente, tra artificio e natura, non costituisce un’opzione procrastinabile nel tempo e nello spazio. Non possiamo quindi stupirci se la natura offesa si ribella, con le epidemie, con i cambiamenti climatici, con l’innalzamento delle temperature e il conseguente scioglimento dei ghiacci e, catastrofe dopo catastrofe, ci mostra inesorabile un riscontro che fino ad oggi in molti, a parte una cocciuta sedicenne svedese, si ostinano a non voler considerare.

Impariamo dagli errori a consumare meno risorse e a rispettare il territorio

Come reagiscono gli artisti e le arti rispetto all’attuale scenario? Non so dire se cambierà la musica ma probabilmente cambierà il nostro modo di ascoltarla, può darsi che non cambi il modo di esprimersi delle arti figurative ma certamente sarà diverso il nostro modo di fruirle, mentre mi auguro sia definitivamente chiaro agli architetti, e quindi all’architettura come disciplina, il compito alto che l’aspetta: costruire riparando all’errore di aver consumato per decenni una risorsa non riproducibile: Il suolo, e inoltre aver trascurato, almeno dal secondo dopoguerra, il tema della casa e dell’abitare che, in senso più esteso significa, oltre il perimetro dello spazio domestico, occuparsi delle questioni ambientali. Come dire, la coniugazione di una visione micro: la casa, con una visione macro: il pianeta, che poi in definitiva, a parte le diversità di scala, costituiscono entrambi luoghi di cui siamo, temporaneamente, ospiti.

Auspico quindi che questa pandemia ci faccia comprendere come una casa debba tornare ad essere più casa e quindi dotata di uno spazio filtro all’ingresso dove magari lavarsi le mani e togliersi soprabiti e scarpe prima di entrare, dove sia possibile studiare e lavorare in remoto, dove grazie alla tecnologia possa trasformarsi nel luogo di primo soccorso attraverso connessioni in grado di far dialogare il nostro corpo con la depauperata medicina del territorio. Mi auguro anche che il paesaggio torni ad essere l’espressione degli ambiti naturali e che grazie all’opera di un’umanità più consapevole parta un’azione riparatrice nei confronti dell’ambiente in grado di rinaturalizzare luoghi precedentemente costruiti e quindi spesso compromessi e aggrediti. In definitiva serve riflettere sul significato della parola rispetto che va rivolto tanto all’ambiente domestico pensato come l’ambito nel quale si rispettano i valori e gli stili di vita delle persone, quanto all’ambiente in generale ed in questo caso è l’umanità tutta che deve esprimere rispetto nei confronti di un contesto globale, divenuto fragile, un contesto che ci sopporta sempre meno felicemente.

Marco Casamonti

 

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