Christian Boltanski Départ, 2015 Courtesy Christian Boltanski, Galerie Marian Goodman Photo © Rebecca Fanuele © Adagp, Paris, 2019

Ricorre il tema della morte, della perdita, della scomparsa

 

“Ho deciso di dedicarmi al progetto che mi tiene a cuore da molto tempo: conservarsi interamente, mantenere una traccia di tutti gli istanti della vita, di tutti gli oggetti che ci circondano, di tutto quello che abbiamo detto e di quello che è stato detto attorno a noi, ecco il mio obiettivo”. L’opera di Christian Boltanski parla a ogni uomo, scavando nella memoria individuale e collettiva, cercando negli oggetti quotidiani il senso dell’esistenza. La mostra organizzata dal Centro Pompidou, “Faire son temps”, fino al 16 marzo, propone un’ampia retrospettiva su uno degli artisti francesi più influenti del nostro tempo, un percorso che spinge alla meditazione sulla vita e la memoria. Boltanski da mezzo secolo mette in scena la labile frontiera tra presenza e assenza, riflettendo sui riti e i codici sociali, le illusioni, il disincanto.

 

La mostra al Centre Pompidou propone una vasta retrospettiva su un artista tra i più influenti

 

L’artista nasce a Parigi nel 1944 da padre ebreo di origine ucraina e da madre corsa cattolica. Il ricordo della Shoah, non vissuto direttamente ma intensamente, lo accompagna per tutta la vita, ispirandone la poetica. Di formazione autodidatta, pratica la pittura giovanissimo, tra il 1957 e il 1968, realizzando opere minimali e simboliche (La chambre ovale, 1967), per allontanarsi progressivamente e realizzare corti film d’artista dai titoli provocatori (L’Home qui tousse, 1969), accanto alla scrittura, incorporando elementi reali o immaginari nella sua biografia. Negli anni ‘70 la ricerca del passato diventa più introspettiva e fornisce nuovi spunti per opere basate sulla rappresentazione del non-vero. Boltanski ricostruisce un’infanzia fittizia, sfruttando tecniche miste, dai video alla fotografia al teatro, senza rinunciare alla sua essenza di pittore, attraverso lavori quali L’album de photographie de la famille (1971). La sua ricerca è sempre più pervasa dal tema della morte, della perdita, della scomparsa. Numerose sono le creazioni di memoriali anonimi. L’inconscio ricrea momenti di vita attraverso oggetti che non sono di nessuno, eppure appartengono a tutti. Le opere di Boltanski evocano il ricordo dell’infanzia e dei defunti, una storia personale simbolo della storia di tutti. È la “mitologia individuale”, un concetto rappresentativo della sua poetica, che negli anni ‘80 assume la dimensione collettiva dei Monuments e dei Reliquaires. Le installazioni introducono progressivamente la luce, fino alle opere recenti che si orientano verso i miti e le leggende ispirate all’immaginario collettivo, come gli Archives du coeur (2005), in cui registra i battiti del cuore, o l’installazione Misterios (2017), che illustra le strutture mentali dall’uomo attraverso forme scultoree archetipe immerse nel paesaggio.

Christian Boltanski
Faire son temps
Centre Pompidou
Parigi
Fino al 16/03

Paolo Magri

Related Post