Che bella scultura, me la mangio! / Le opere commestibili di Manzoni

Guido Andrea Pautasso

di Guido Andrea Pautasso

 

«Preparati! Ultima novità (da tenersi segreta perché in Italia non si sa ancora). Le sculture da mangiare (per creare un più diretto rapporto tra opera e spettatore)»: così scrive dalla Danimarca Piero Manzoni al regista Gian Paolo Maccentelli durante l’estate del 1960. Le sculture mangiabili realizzate da Manzoni consistono in uova sode a cui appone la propria impronta digitale per consacrare l’uovo al mondo dell’arte. Nasce in seguito l’idea della Consumazione dell’arte dinamica del pubblico divorare l’arte, mostra-evento organizzata nel centro di Milano, presso la galleria Azimut, giovedì 21 luglio 1960 (la performance verrà poi ripetuta davanti alle cineprese del “Film Giornale S.e.d.i.” e sarà immortalata dagli scatti del fotografo Giuseppe Bellone).

Manzoni chiede agli spettatori di non guardare le uova esposte come se fossero delle semplici sculture, ma di toccarle e, trovandosi a contemplare de visu delle opere commestibili, di mangiarle, rompendo così il tabù della sacralità e dell’inviolabilità dell’opera d’arte. Dopo gli esperimenti gastronomici e la convivialità proposta dagli aerobanchetti ideati da Filippo Tommaso Marinetti e dagli artisti futuristi, Manzoni offre opere realmente commestibili da consumare durante un rituale artistico dall’atmosfera magica e soprannaturale.

Per Manzoni si tratta di una comunione diretta con l’arte: un rito laico durante il quale egli offre la sua opera e dona concettualmente il suo corpo al pubblico. A chi gli domanda quale sia la natura della sua arte replica che non gli interessa sapere se sia bella o brutta, vuole che sia vera, come un comune uovo di gallina, e che si possa interagire con essa, divorandola. Le sculture commestibili racchiudono l’enigmatica volontà della ricerca espressiva di Manzoni e la sua ricchezza segreta: una ricchezza interiore e immateriale che, attraverso l’ingestione, si sottrae alla mercificazione senza però negarsi al consumo e alla fruizione gastronomica dell’arte.

Questo articolo fa parte del n. 4/2017 di ARTEiNWord. È possibile acquistare la rivista nella versione online o cartacea.


by Guido Andrea Pautasso

What a beautiful Sculpture! I’ll eat it

MANZONI’S EDIBLE WORKS

“Get ready! Here is the latest news (to be kept secret, because in Italy nobody knows it yet). Edible sculptures (to create a more direct relationship between work and public)”: this is what Piero Manzoni wrote to the director Gian Paolo Maccentelli, in Denmark, in the Summer of 1960. Manzoni’s edible sculptures consist of hard boiled eggs marked by his thumbprint in order to legitimize the presence of these eggs in the world of art. Hereafter, Manzoni realized Consumption of dynamic art by the art-devouring public, an exhibition/ event hold at the Azimut gallery in Milan city centre, on Thursday, July 21, 1960 (the performance was repeated and filmed by “Film Giornale S.e.d.i.” and photographed by the photographer Giuseppe Bellone).

Manzoni asks people not to look at the exhibited eggs as mere sculptures; instead, he invites them to touch the eggs and – since the works they are gazing upon are edible – to eat them, breaking the taboo of the sanctity and inviolability of the work of art. After the culinary experiments and the conviviality offered in Filippo Tommaso Marinetti and other futurist artists’ banquets, called aerobanchetti, Manzoni offers actually edible works to be eaten during an artistic ritual, in a magical, supernatural atmosphere.

To Manzoni, this is a way to enter into direct communion with art, creating a laic ritual in which he gives people his work and theoretically offers the public his body. To those who wonder about the nature of his art, Manzoni replies that he does not care about it being beautiful or ugly; he just
wants it to be true, like a common hen-egg, and that one can interact with it, devouring it.

Edible sculptures encompass the mysterious will of Manzoni’s expressive research and secret richness, an inner and intangible richness that, through ingestion, avoids commodification without denying itself the consumption and culinary fruition of art.

This article is in the n. 4/2017 of ARTEiNWORD. You can buy the magazine, digital or paper edition.

[photo: PIERO MANZONI mangia l’uovo a Copenaghen, 1961 (PIERO MANZONI eats an egg in Copenaghen) Courtesy of Fondazione Piero Manzoni].