Entrando nel favoloso mondo di Italo

Marzo 1981. Una passatoia rossa che si srotola su per le scale di un palazzo del centro storico di Roma mi conduce all’abitazione di Italo Calvino. Sembra il filo magico dei suoi fantastici racconti che scivolano sulla rapida freschezza di un’idea, di un’intuizione, di una scoperta favolistica geniale. E invece: “Come io ho una certa difficoltà nel parlare l’ho nello scrivere: scrivere vuol dire cancellare, vuol dire provare a mettere insieme una frase e poi incominciare a lavorarci sopra…”. Eppure, obbietto, in alcune pagine de “Le Cosmicomiche” sembra addirittura che la penna corra davanti al pensiero tanto è fluido e spontaneo il racconto; la stessa cosa avviene per “Quattro favole di Esopo” dedicate a Valerio Adami: “Ci sono dei momenti in cui esiste questo slancio, ma in genere questa facilità, questa scorrevolezza è un risultato, non un punto di partenza. Il fatto di scrivere sullo stesso atto grafico, sul gesto dello scrivere o del disegnare è uno dei miei temi”. Ed ecco un frammento del “colloquio” tra lui e Adami. Annota quest’ultimo nei suoi “quaderni” a proposito del personale, tipico approccio al dipinto: “Il movimento in pittura è quello che compie la linea… l’io della pittura è il disegno”. Commenta Calvino a conclusione della favola intitolata “La mano e la linea”: “La mano era sicura d’aver stabilito un rapporto con la multiforme essenza di se stessa: non s’accorgeva che ora senza la linea non saprebbe più d’esistere”.Calvino aveva un particolare legame col fare di alcuni artisti: “Il mio grande punto di riferimento è Picasso che di fronte alla multiforme realtà del nostro tempo non cessa di provare nuovi mezzi per aggredirla, mimandola, esaltandola, beffeggiandola…”. Ed era quindi rimasto colpito dai lavori di Fausto Melotti. Dopo aver visitato una sua mostra a Torino “mi sono messo a immaginare città filiformi, sottili, leggere, come quelle sculture”. E sono nate “Le città invisibili”.

Aveva scritto anche presentazioni di mostre. Citiamo quella dedicata a Lucio Del Pezzo nel 1978 in occasione di una personale alla Galerie Bellechasse di Parigi. Nel suo testo intitolato “Paraphrases” fa dire a uno dei misteriosi viaggiatori che “basta che due segni si rivolgano l’uno all’altro perché il loro dialogo dica cose che noi non potremmo mai fargli dire”, interpretando con ciò il magico meccanismo compositivo dell’artista appena scomparso.

Di Enrico Baj interpreterà invece da par suo nel 1985 le celeberrime “dame” e gli altrettanto celebri “generali” a proposito dell’antologica al Castello di Bard, in Val d’Aosta. Nel “Ricevimento al castello di Bardbaj” affronterà così l’argomento di questi personaggi nutriti di sovrabbondante apparenza: “Un’angoscia si faceva strada nel mio animo: che sotto le frange, i medaglieri, le cimase, i cascami, le nappe, i fiori di stoffa, le coccarde, per quanto frugassi e annaspassi, non avrei trovato altro che frange, medaglieri, cimase, cascami, nappe, fiori di stoffa, coccarde. La paura del vuoto che si infiltrava in me a poco a poco non annullava il senso di minaccia…”.

Così sono uscito quasi quarant’anni fa dall’appartamento ovvero dalla favola di Italo Calvino facendomi trascinare dalla passatoia che mi ha traghettato, con aerea dissolvenza, in un mondo nutrito dei suoi pensieri.

è nato a Genova e vive a Pegli con uno sguardo ai monti e uno al mare dal cui contrasto nasce l’ispirazione. Si occupa d’arte contemporanea da più di quarant’anni avendo avuto la fortuna di conoscere e di frequentare importanti artisti come Enrico Baj, Arnaldo Pomodoro e Fernando Botero, tanto per citarne alcuni, cercando di indagare l’intima motivazione del loro gesto creativo da riversare nei testi di presentazione di mostre in spazi pubblici e privati italiani e stranieri. L’incontro con “Arte in” è avvenuto nel 1993 in occasione di una copertina dedicata a Ugo Nespolo. E da quel momento non ci siamo più lasciati.

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