Biennale di Venezia
Una Biennale 2019 che presenta una doppia, incancellabile verità: da un lato le intenzioni del curatore Ralph Rugoff, intriganti oltre che nobili e del tutto in linea con lo stato attuale delle cose. Dunque: una Biennale all’insegna del mutamento dei tempi e dell’accortezza con cui si generano e si sviluppano i nuovi linguaggi. Una Biennale che consiglia un punto di vista che non può più guardare solo a un passato regolato dalla certezza del mezzo. Una Biennale che vive nel ripristino da più parti auspicato di quella funzione sociale a cui l’arte deve tendere, in risposta a un generale e asettico sentimento di individualismo che non può portare che all’auto-celebrazione. Dall’altro lato invece, l’incapacità globale di rispondere pienamente a tale chiamata curatoriale, obbligando a una scelta che pare accettare, tra i tanti, il male minore. Tra tutti i sistemi di governo, l’arte accoglie l’anarchia come la sola, salvifica, via di fuga. E, in questa idea, si fortifica in attesa di tempi migliori.
Miglior Padiglione: per la seconda edizione consecutiva, sicuramente quello russo, senza ombra di dubbio.

Miglior installazione artistica: altrettanto all’unanimità, il duo di artiste della Repubblica Popolare Cinese, Sun Yuan e Peng Yu.
Padiglione Italia: deludente ben al di là delle aspettative. Nel confronto, quello della scorsa edizione appare agli occhi di tutti un successo.

Da segnalare:

Ed Atkins (Great Britain, 1982) – Arsenale. A quella incapacità sociale di controllare dettagliatamente un quotidiano sommerso dagli stimoli, l’artista britannico risponde con un’intera sala sulla mercificazione dell’identità, violentata, ingigantita, regredita a uno stadio infantile nella quale si fa strada una certa dose di insanità mentale in formaldeide. La quiete è consegnata ai rari momenti di stasi, nei quali la realtà si trasforma in un susseguirsi di “cut scene” e “treasures seeker game” digitali dove chi osserva non deve fare altro.
Mari Katayama
Mari Katayama
Mari Katayama (Japan, 1987) – Arsenale. La performer e fotografa giapponese riesce nel difficile compito di perseguire gli intenti curatoriali del Direttore Artistico certo in autonomia ma con un’assoluta padronanza concettuale che ne fanno risultare il lavoro forse uno dei più attinenti. Quanto muta il punto di vista quando siamo noi a essere veramente diversi. La menomazione come spinta e non come impedimento. Bellezza e sensualità, caos e attrazione.

 

Otobong Nkanga
Otobong Nkanga
Otobong Nkanga (Nigeria, 1974) – Arsenale. Lo sfruttamento dell’uomo e della Natura, il divario tra passioni e avidità, un’idea di progresso che difficilmente invita al dialogo se con una sprezzante intensità economica che travalica storia, cultura, geografia, ambiente. Poteva osare di più. Ma ciò che l’artista nigeriano ha fatto è già riflessione e azione.
Christian Marclay (U.S.A., 1955) – Arsenale. La guerra come caleidoscopio, il conflitto come stordimento dei sensi, il cinema come palliativo per la coscienza. Tutto secondo copione. Imponente e cacofonica installazione video nella quale è proprio il cinema a creare l’illusione della realtà in un serrato e infinito susseguirsi di eventi bellici che sono veri poiché sullo schermo.
Francesco Mutti
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