Sun Yuan & Peng Yu - China
Hito Steyerl (Germany, 1966) – Arsenale. Insistere sulla pertinenza del processo creativo/distruttivo è uno degli argomenti dell’intera Biennale. Assegnare all’algoritmico calcolo matematico e all’imponderatezza effettiva che questa genera quel valore genetico tipico della vita e dello scorrere del tempo appare affascinante quanto la vita stessa. Sia questa biologica o, come nel caso dell’artista tedesco, costruttivamente sociale e culturale.

 

Kaari Upson
Kaari Upson

Kaari Upson (U.S.A., 1972) – Giardini. Cronaca, maniacale e compulsiva. Registrazione nervosa e riflessiva al contempo di un quotidiano che può ritorcersi su se stesso all’infinito. Un impianto grafico incombente e meraviglioso che la statunitense chiude tra l’intimità del segno pensato e la frenesia di un intervento di street art.

 

Alexandra Bircken
Alexandra Bircken
Alexandra Bircken (Germany, 1967) – Arsenale. Vertiginosa installazione sull’incauto futuro che attende l’umanità, tra viscerale volontà di emergere e incancellabile destino a cui tutti noi attendiamo. Dichiaratamente apocalittica, la visione dell’artista tedesca presuppone un fine da raggiungere e un prezzo da corrispondere, senza sconto alcuno e con consapevolezza. Distopia e ineluttabilità.
Sun Yuan (China, 1972) e Peng Yu (China, 1974) – Arsenale e Giardini. Una fascinazione profondissima per il lavoro delle due artiste cinesi è negli occhi della moltitudine di spettatori che, inebriati come fossero di fronte a sirene incantatrici, sostano senza timore del tempo che passa di fronte alle due monumentali installazioni meccaniche. L’idea che la macchina possa progredire autonomamente sulla base di istruzioni base che la rendono più simile a un organismo vivente che a un freddo programma è attraente e mostruosa al contempo. E si dimostra efficace nell’attesa e nella sorpresa del gesto meccanico potente e fulmineo – per molti, vivo –  che, senza schema apparente, si ripropone ogni volta diverso. Gioca, la macchina. Attende e si desta, dopo brevi pause dove riordina le idee. Spaventosa l’attenzione al dettaglio, la gabbia protettiva è un ben vano riparo se la macchina capisse l’inconsistenza della sua programmazione e volesse provare altro. Difficile abbandonare il proprio posto in prima file. Ipnotica, al pari del boato assordante dell’aria compressa che dà vita alla gomma (A), del sangue che irretisce la macchina, occupata a riportarlo a sé (B).
Francesco Mutti

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