Lorenzo Benedetti e Ra Di Martino con l'opera di OLIVIER LARIC Hundemensch

Roma: Saturno e il monello alato

Una caldissima estate romana ha dato avvio a un nuovo progetto d’arte contemporanea che attiva importanti occasioni di confronto e riflessione su un tema imprescindibile per ogni essere, Kronos, il Tempo. Quel Crono, Saturno per intenderci, che divora velocemente ciò che lui stesso ha generato. Qui lo troviamo proprio all’inizio, nel titolo di questa mostra, affiancato e contrapposto a Kairòs, il monello alato che sfugge, ovvero l’insight, l’intuizione contingente e velocemente deteriorabile che va presa per i capelli. Si tratta di concetti indubbiamente ampi quanto affascinanti, aperti alla speculazione filosofica e dunque cari al mondo della ricerca artistica; maggiormente nei nostri tempi, dove la scienza ha assunto una funzione egemonica e ci restituisce ricerche e teorie sempre più misurabili e codificabili. Dunque risulta evidente come un tale scenario abbia potuto coinvolgere i 18 artisti – di provenienze ed età diverse – selezionati per questa rassegna. Come scrive Lorenzo Benedetti, curatore al Kunstmuseum di St. Gallen, nonché ideatore di questa mostra “Kronos E Kairos”.

“L’esposizione vuole individuare uno spazio non contestualizzato da una dimensione cronologica lineare, da un kronos, e cercare di immergersi dentro un tempo che non diventa una cornice o un contesto neutrale dove inserire le opere. Un’analisi del contesto in cui posizionare il contemporaneo che si deve adattare a un tessuto passato, (…) un contemporaneo che affronta la complessità del tempo. Il tempo del kairòs si può individuare in una serie di atti creativi che fuoriescono da schemi”.

L’ambientazione dove ha trovato dimora la collettiva è il contesto del Palatino nell’area archeologica del Colosseo, con l’imponenza – ancora percepibile, pure se corrosa dal tempo e, spesso, dai tempi – dei suoi palazzi imperiali. Un confronto indubbiamente impegnativo da gestire, ma che al contempo offre opportunità uniche per gli artisti che hanno pensato o ri-pensato le loro opere in modalità site-specific. Infatti ogni lavoro, anche quelli creati in precedenza da alcuni degli artisti invitati, nasce e trova il suo “posto perfetto” in ciascuno dei differenti ambienti, interagendo con gli spazi, le volumetrie, i vuoti e i pieni.

Arrivando dalla via di S. Gregorio incontriamo la scultura Stone Foundation di Jimmie Durham, recente Leone d’oro alla Biennale. L’opera è assimilabile all’archeologia industriale, con l’utilizzo del relitto di una di quelle antenne paraboliche che solo pochi anni fa costituivano una presenza costante nel panorama urbano; unitamente all’innesto delle ossa sbiancate, strumento primordiale, diviene pietra fondante a memento dell’obsolescenza cronica dei mezzi di comunicazione.

Inoltrandoci nel percorso, troviamo “disseminate” le sculture di Fernando Sanchez Castillo che fanno intuire, quale scarto, dei fragili cartelli in cartone, abbandonati dopo una protesta, che in realtà sono sculture in solido bronzo. E, ancora in bronzo, con i suoi boccioli dipinti di rosa appare, protetto entro l’arco seguente, l’albero di Op De Beeck Blossom Tree, a cristallizzare, in una paradossale eternità, un perfetto kairòs. Visibili, sull’esterno, sono collocati i tre grandi stendardi di Matt Mullican che affacciati sul Circo Massimo, con i loro pittogrammi lanciano lontano messaggi universali.

Notevole, non solo per la complessità dell’opera e del materiale, il lavoro 3000 B.C.E – 2000 (il cammino verso se stessi) di Giovanni Ozzola. Si tratta della precisa mappatura, frutto di una lunga ricerca, delle rotte di viaggio dei più famosi esploratori della terra. I 98 quadrati di ardesia nera restituiscono, sulla loro superfice scabrosa, un planisfero che porta le cicatrici dei cammini intrapresi da questi uomini coraggiosi che hanno fatto del limite, della violazione del con-fine, il punto di partenza per condurre se stessi e tutti noi oltre le paure interiori.

Con il video Pantone, anche Cristina Lucas tocca temi che attengono alla colonizzazione del mondo e attraverso la rappresentazione grafica, contrassegnata appunto dai colori pantone, restituisce una mappatura dell’avvicendarsi delle culture nel tempo. Interessante, sempre parlando di video, l’installazione di Ra Di Martino che misura kronos e kairòs con 10 proiezioni, parzialmente sovrapposte, di altrettanti set cinematografici allestiti in giro per il mondo e lasciati poi al loro destino di dispersione temporale.

I lavori, perlopiù installazioni e sculture, di Giuseppe Gabellone, con chiari riferimenti alla classicità dei luoghi; di Olivier Laric che attinge nell’elaborazione delle sue interessantissime opere in 3d a modelli antichi conservati nei Musei Vaticani; di Kasia Fudakowski che elabora il mito di Giano bifronte con le sue sculture-barriere o il Cigno mostro antropomorfo di Fabrizio Cotognini, che l’artista distende nel cortile del Peristilio, a indicare che “il contemporaneo non è altro che un attimo fugace che si trasforma in storia”.

Nicoletta Zanella

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