Tortellini d'oro di Arianna Carossa

 

Ho chiesto a Arianna Carossa, artista genovese e americana per scelta, di raccontarmi quale fosse il suo rapporto con il cibo. Arianna mi ha risposto dallo studio a Long Island temporeggiando: “Mi si è incasinata la giornata perché devo fare una torta salata per il Thanksgiving Day e non sono capace…”. Lei è fatta così. Un anno fa, durante una cena, parlò per ore di voler fare un progetto con la pasta della pizza. Seduto al tavolo con lei c’era il direttore di Eataly a New York e iniziò a fare delle domande sul suo lavoro di scultrice. È nata allora l’idea di dare vita all’Osteria della Pace, dining room di Eataly nel Financial District newyorkese, all’esposizione di opere commestibili in un happening intitolato The Lobster’s Match, nel quale Arianna ha trasformato le aragoste cucinate appositamente per lei in creazioni artistiche destinate a essere mangiate dai presenti. Al suo esordio esisteva solo la pittura – e da teenager osò scrivere a Leo Castelli proponendogli le sue opere – ma il gesto di dipingere non la faceva sentire libera di essere se stessa. La sua ricerca così è approdata alla scultura, alla ceramica in particolare, scoprendo le infinite possibilità della manipolazione della materia con un approccio scultoreo di relazione nato dall’inseguire legami tra i materiali tradizionali e oggetti, sostanze, scarti i più disparati e lontani possibili, per dare loro una nuova vita.

Da questi incontri imprevisti hanno preso forma anche i Tortellini d’oro, realizzati nel laboratorio di ceramica del Museo Carlo Zauli di Faenza sfruttando la maestria delle cuoche faentine. Arianna non ha ricette, è un vulcano di invenzioni che nascono dalla messa in discussione del ruolo dell’artista stesso, perché l’arte è un fine, non un mezzo, e le sue opere commestibili ma anche immangiabili, come i Tortellini d’oro, rappresentano la sublimazione plastica di una ricerca espressiva che oscilla tra realtà e fantasia in una costante generazione di nuovi e allusivi significati. un’icona, un’immagine riconoscibile nella miriade di immagini che tempestano questo inizio di millennio, riproducibile in qualsiasi colore, formato, taglio, proporzione e su qualsiasi materiale”. Ma con un importante distinguo. Se Warhol, nella sua critica disamina, prende le mosse dalla pubblicità e dal rito del consumismo per esaltarne o denunciarne i vari aspetti anche formali, Drudi si avvale della medesima immagine, variamente declinata su ogni supporto, come trappola per catturare l’attenzione di chi osserva e per contaminarne il pensiero: la sua ripetuta Annunciata si comporta come una sorta di Leitmotiv di seducente attrazione e persuasione. E di denuncia di tutte le sopraffazioni che riguardano ancora oggi l’universo femminile. Proprio per tale motivo questa Annunciata, così rinnovata e riletta nelle intenzioni del nostro autore, si propone come un efficace monito da riversare nel quotidiano che ci contempla.

 

Mauro Drudi
Fabbrica del vapore

Milano
Fino al 16/02
Info: Galleria Vega
www.Galleriavega.Com
galleriavega@gmail.Com
Mauro Drudi
www.Drudi.It
mauro@drudi.It

 Guido Andrea Pautasso

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