STEVE MCQUEEN Year 3 at Tate Britain ©Tate

Con “Year 3”, Steve Mcqueen espone un puzzle generazionale

Tate Britain e Tate Modern si coordinano per esporre in contemporanea due mostre personali di Steve McQueen, uno dei principali artisti contemporanei britannici. Vincitore del Turner Price nel 1999 con una mostra di scultura e fotografia e regista premio Oscar nel 2013 per il film “12 anni schiavo” compie alla Tate Britain un’impresa titanica. Il titolo “Year 3” si riferisce alla classe che frequentano i 76 mila alunni di età compresa tra i 7 e gli 8 anni che sono diventati i protagonisti dell’esposizione. Migliaia di fotografie di gruppo, disposte come in una quadreria, saturano le pareti del salone centrale e invitano a molteplici riflessioni. Londra è una delle città più multietniche al mondo e mappare i singoli componenti di una generazione che tra un ventennio costituirà la forza lavoro predominante significa riflettere sul futuro della gioventù senza alcuna differenza di sesso o etnia, cogliendo l’importanza della diversità. Più che come collage, la disposizione si configura come un puzzle in cui il tutto non cancella il valore delle singole parti e per colori, collocazione e dimensione evoca l’effetto di una vetrata gotica. Se per un momento non si considerano la dimensione e il numero, ma ci si avvicina alle singole fotografie, non si nota nulla di nuovo. Non è presente alcuna ricerca dell’edonismo e non ci sono quei riferimenti colti che tanto fanno godere i pochi eletti che si convincono di vederli, si registra invece una sincera e oggettiva testimonianza del reale che avvicina questa serie ai canoni della straight photography.

Migliaia di foto di gruppo saturano le sale della Tate Britain dando vita a un affresco multietnico

Soffermandosi sugli alunni ci si perde nello sguardo furbetto di un bambino, nello sbadiglio del compagno accanto, nella smorfia spavalda del bulletto, nel riflesso sulle lenti del secchione e poi, se si ha un po’ di fortuna, si sentono giungere dal lungo salone gli schiamazzi di una vera scolaresca che è venuta al museo per iniziare la caccia al tesoro e scovare nella moltitudine il proprio contributo. Solo a quel punto si coglie la portata dell’impresa di McQueen. I destinatari dell’opera sono gli stessi che l’hanno resa possibile e l’intera esposizione è una sorta di happening dove l’artista resta in disparte e lascia che il pubblico riconosca se stesso. Un’opera che diventa pretesto e occasione per portare i giovani in uno dei maggiori musei della capitale ha sicuramente un fine educativo e sociale rilevante e necessario di questi tempi (anche se in Italia è inseguito con esiti imbarazzanti). Per chi avanzasse la replica che questa non è un’opera d’arte, risponderei che è un’opera di bene. Realizzata ad arte.

Steve Mcqueen, Year 3
Tate Britain
Londra
A cura di Clarrie Walls
Nathan Ladd
Fino al 03/05

 

crede profondamente nell’equivalenza arte=vita e vorrebbe “fare della propria vita come di un’opera d’arte” per dirla alla D’Annunzio. Si è laureato in conservazione e gestione dei beni e delle attività culturali a Venezia e sta completando una specializzazione in storia dell’arte contemporanea. Gestisce uno spazio televisivo dedicato alla divulgazione dell’arte contemporanea su OrlerTV, ama seguire da vicino artisti italiani emergenti di cui cura mostre e testi critici ed è accanito sostenitore di ARTEiNworld. Oltre all’arte gli piace anche il cinema e bere birra, di cui è raffinato intenditore, ma forse di tutto questo sa fare bene solo l’ultima.

Related Post