Alberto Biasi - Orizzontale e oltre, 1973. rilievo in PVC su tavola - cm 60x60

Caleidoscopico Alberto
Le mie opere sono cangianti, variabili, fantasmagoriche e mutevoli”

 

L’ARTISTA RIVENDICA L’IMPORTANZA DEL RUOLO
DELL’OCCHIO CREATIVO DELLO SPETTATORE

 

Alberto Biasi (Padova, 2 giugno 1937), dal 1959 al 1967 è stato l’anima e il motore trainante dello storico Gruppo Enne. Poi ha intrapreso un’attività individuale che lo ha portato a esporre in oltre cento personali e in innumerevoli collettive. Quest’anno Venezia gli dedica due diverse mostre, alla Scuola Grande della Misericordia e a Palazzo Ferro Fini. 

Come avrebbe detto Italo Mussa, la tua ricerca non è “arte di movimento” ma “arte di mutamento”. Tu stesso hai sempre insistito a distinguere l’opera ottico-dinamica dall’opera cinetica. Rispetto agli anni ’60, in che modo ritieni sia cambiata la modalità di fruizione da parte del pubblico?

Fin dagli inizi degli anni ’60, spiegavo che il cinetismo delle mie opere era conseguente all’attività ottico-immaginativa del fruitore, sicché il movimento percepito era puramente virtuale. In quegli anni, però, furono in pochi a capirlo, per cui mi relegarono fra gli artisti delle “macchinette”. Suppongo che la cultura artistica avesse condizionato la maggior parte del pubblico e l’avesse indirizzato verso una fruizione esclusivamente contemplativa dell’arte stessa, ossia verso una visione passiva. Diversamente, i bambini e un pubblico non sofisticato riuscivano a entrare nella modalità interattiva e si lasciavano coinvolgere visivamente nel formarsi e disfarsi delle forme. Oggi, dopo cinquant’anni, solo pochi non vedono o definiscono queste opere “cinetiche”, e io continuo a spiegare che quella definizione è riduttiva rispetto a “dinamiche”, perché le mie opere sono prive di elettromotori e le immagini che “si muovono, ma che sanno anche star ferme” nascono, vivono e muoiono assieme a chi le guarda.

La tua prima Biennale di Venezia data al lontano 1964, vi hai poi fatto ritorno nel 1986, e di nuovo nel 2011. Nel corso degli anni hai partecipato a svariati eventi collaterali della stessa Biennale, e quest’anno esponi nuovamente nella città dei Dogi, in due diverse mostre.

A Venezia ho esposto parecchie volte e non avrei gradito riproporre le mie opere, ma l’entusiasmo della giovane gallerista Allegra Ravizza da una parte e il recente rapporto di collaborazione nato tra la Fondazione Peruzzo e l’Archivio Alberto Biasi dall’altra, mi hanno convinto che la poliedrica varietà della mia ricerca consentiva di gestire due mostre diverse. Una dedicata a “La visione della materia”, l’altra “Tra realtà e immaginazione”.

“MI SONO SEMPRE CIMENTATO CON MATERIALI DIVERSI,
COME METACRILATI E PVC, OPPURE I METALLI, LE LUCI
BIANCHE E NERE. ORA SPERIMENTO CON L’ALCANTARA”

In una di queste mostre hai realizzato delle opere in Alcantara, ribadendo ancora una volta la tua inclinazione a sperimentare nuovi materiali e nuovi procedimenti industriali.          

Già ai miei esordi intendevo “andare oltre la pittura e la scultura” per cercare nuove forme e nuovi linguaggi visivi. In questa prospettiva mi sono sempre cimentato con i materiali più disparati, per esempio le materie plastiche, soprattutto i metacrilati e i pvc, oppure i metalli, le luci bianche e quelle nere. Ultimamente mi son invaghito dei colori, della resistenza e morbidezza dell’Alcantara, motivo per cui ho voluto realizzare alcune opere di dimensioni impegnative.

Recentemente ti sei definito un “artista caleidoscopico”. Vuoi aggiungere qualcos’altro?  

Non ricordo in quale occasione lo dissi, ma sicuramente mi riferivo al ricordo di un’opera – caleidoscopica, per l’appunto – che avevo esposto nel 1960, alla Galleria Trastevere di Roma, e che Piero Manzoni descrisse come Oculare sull’infinto. D’altronde non v’è dubbio che le mie opere siano cangianti, variabili, fantasmagoriche e mutevoli ogniqualvolta interviene “l’occhio creativo” dello spettatore. Altrettanto indubitabile è che tutta quella mutevolezza altro non sia che un “Autoritratto dell’autore”.

“DA GIOVANE MI SAREBBE PIACIUTO DIVENTARE BALLERINO,
POI MI È RIMASTO IL PIACERE DI BALLARE CON LE DONNE”

Ti piace ricordare di aver vissuto due vite, una come membro del Gruppo N, l’altra come artista individuale. Ma quale altra vita avresti scelto al di fuori dell’arte?                    

Quand’ero giovane, cioè fino a vent’anni, mi sarebbe piaciuto fare il ballerino, poi m’è rimasto il piacere di ballare con le donne. Recentemente, però, un ginocchio mi tradisce.

Alberto Zanchetta

 

ALBERTO BIASI
LA VISIONE DELLA MATERIA 1959 – 2019

SCUOLA GRANDE DELLA MISERICORDIA
07/05 – 01/06

TRA REALTÀ E IMMAGINAZIONE
PALAZZO FERRO FINI
07/05 – 18/07

VENEZIA

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