Gianni De Michelis

Rimpiango la tua intelligenza, Gianni, la visionarietà, la lungimiranza. Prima che per le candidature politiche e l’inserimento nel Comitato direttivo nazionale, ti ringrazio per tutto quello che, semplicemente standoti accanto mi hai trasmesso: la politica come passione e come ascolto, l’allenamento a un pensiero senza pregiudizi e svincolato dai luoghi comuni.

Mi piace ricordarti attraverso le tue stesse parole in una intervista che mi hai rilasciato 10 anni fa, pubblicata nel numero febbraio/marzo 2009 di ARTEiN. 

Lorella Pagnucco Salvemini

 

La cultura ci salverà

Puntuale come pochi, Gianni de Michelis mi viene incontro: i modi cortesi, lo sguardo limpido e penetrante di sempre. Nessuna domanda preparata in precedenza, a guidare la conversazione l’impulso del momento, le sue intuizioni folgoranti.

Dunque, onorevole De Michelis, in base alle tue esperienze di ministro degli esteri e, ora, di parlamentare europeo, qual è la percezione che si ha oltre confine della cultura italiana?

La cultura è uno strumento importante di relazioni internazionali. Soprattutto oggi, in una situazione in cui tutte le parti del pianeta sono interconnesse come mai prima nella storia, la circolazione delle idee diventa uno degli strumenti principali per rendere positiva la globalizzazione, aumentarne le opportunità e i vantaggi rispetto ai problemi che inevitabilmente porta con sé. Confronto tra idee significa anche dialogo tra culture, tra le singole società con le loro identità linguistiche, etniche, religiose. Per l’Italia, che scarseggia di risorse energetiche per ragioni legate alle caratteristiche del territorio, il patrimonio culturale assume importanza fondamentale. Quand’ero al governo, parlavo dei “giacimenti culturali”come di una delle nostre ricchezze maggiori.

Ma come viene percepito all’estero il prodotto della cultura italiana attuale?

 Non solo la produzione artistica del passato, ma anche quella contemporanea viene molto valutata. Anzi, in alcuni casi si potrebbe addirittura parlare di sopravvalutazione, come per Cattelan, per esempio.

Gli anni ’80 in Italia hanno visto un’esplosione delle attività culturali.

La presenza socialista al governo negli anni ’80 ha coinciso con una consapevolezza forte che si è tradotta in iniziative concrete sull’idea che la promozione del made in Italy fosse una carta su cui puntare. Craxi lavorò molto in questa direzione, coinvolgendo vari settori: moda, design, arte, cultura, ma anche prodotti dell’industria. Dagli anni ’90 questa immagine si è progressivamente appannata, e questa naturalmente è una delle concause del declino del Paese di cui stiamo, ahimé, misurando le conseguenze proprio in qiesto periodo.

A Venezia, la tua città, negli anni ’80 si assisteva a un fermento culturale senza pari nel campo del teatro, della lirica, delle esposizioni, delle iniziative editoriali.

Di quel periodo ricordo due iniziative, una riuscita, l’altra, invece, fallita. Il rilancio del carnevale per alcuni anni ha rappresentato una forte capacità attrattiva di Venezia e ha ottenuto una risonanza mondiale. La seconda iniziativa prevedeva l’Expo a Venezia.

L’Expo del 2015, invece, si terrà a Milano.

Purtroppo per ragioni varie, tra cui l’autolesionismo di una parte della nostra società, perdemmo la possibilità di realizzare l’Expo nel 2000, proprio nel passaggio al nuovo millennio, proprio nel momento in cui si poteva pensare che la nuova Europa si sarebbe in qualche modo affermata dopo la fine della guerra fredda. Avremmo avuto l’occasione di trasformare Venezia in un simbolo della nuova cerniera tra la vecchia e la nuova Europa. Il fatto che adesso, a distanza di 15 anni, si presenti la medesima occasione per Milano, costituisce una doppia ragione di amarezza. Venezia avrebbe costituito un pass non solo per il nord est, avrebbe sottolineato le nuove chance dell’Italia nel contesto di un’Europa la cui geografia interna stava cambiando. L’Expo del 2015 a Milano non offrirà opportunità ulteriori al nord ovest né all’Italia, perché nel frattempo il baricentro dell’Europa si è significativamente spostato verso est. L’asse europea ora è baltico-adriatica e l’Expo di Milano diventa un po’il canto del cigno di un nord-ovest ormai destinato a un ruolo minoritario. E il nord est rischia, a sua volta, di diventare la periferia di un qualcosa che ancora più a est si riorganizzerà attorno a quattro capitali: Lubiana, Vienna, Bratislava e Budapest.

Quale cultura per affrontare le nuove sfide della società contemporanea?

È importante puntare sulla valorizzazione del capitale umano: istruzione, scuola, formazione, ricerca, innovazione. In questo campo è compresa anche la produzione artistica e culturale. Si potrebbe fare un ragionamento più complesso: l’evoluzione del progresso umano porta sempre più a considerare le produzioni immateriali. Non contano solo i manufatti, ma anche i servizi. Pensiamo a come è cresciuto e a come crescerà, per via del progresso tecnologico, il consumo di prodotti audiovisivi, legati alla televisione, a internet. Si ritiene che l’Italia non possa risultare competitiva nella produzione di un manufatto perché il costo del lavoro in Cina o in India è minore. Ciò presuppone la riorganizzazione di tutto quello che permette di estrarre le capacità maggiori del capitale umano, ovviamente, anche nella creazione artistica nel senso più stretto. Si può intuire che l’andamento nei prossimi decenni sarò nella direzione di una vera e propria società della creatività. Per secoli, gli uomini sono stati educati a lavori manuali e quindi il capitale umano si misurava in termini di forza lavoro. Fino a pochi decenni fa, solo a una minoranza estremamente limitata veniva chiesto di utilizzare il cervello, produrre idee, ed erano persone estranee al cuore del funzionamento della società, tant’è che per secoli pittori, scultori, letterati rappresentavano delle eccezioni.

Erano outsider.

Completamente outsider. Per questa ragione, la struttura educativa fino a ieri considerava l’educazione artistica e musicale come un aspetto marginale. Ora, il lavoro fisico sta scomparendo sostituito dai robot, viene meno la distinzione tra colletti blu e colletti bianchi e si richiede una competenza ilntellettuale anche all’attività più umile.

Di qui l’importanza dell’istruzione.

La riorganizzazione del sistema scolastico e degli strumenti didattici è necessaria per aiutare a esprimersi al meglio. Naturalmente, tutto questo dovrebbe dare una chance a un Paese come l’Italia che ha un’eredità culturale importante.

Ai giovani che cosa coniglieresti di studiare?

Andrebbero completamente riformulati i curricula scolastici. È una follia non rendersi conto, per fare un solo esempio, dell’importanza acquisita dal linguaggio musicale. Uno di segni anticipatori della globalizzazione è avvenuto attraverso la diffusione della musica rock. Un prodotto della cultura anglosassone, europea, occidentale che si è diffuso con la velocità della luce in tutto il pianeta, sia pure con declinazioni differenti. È ridicolo che in Italia che ha una lunga, prestigiosa tradizione, l’educazione musicale non insegni a esprimersi anche attraverso queste forme più attuali.

Il tuo pensiero sui tagli alla cultura di questo governo.

La questione è complicata. Il denaro è poco, la situazione della finanza pubblica è quello che è, e, inevitabilmente, si cerca di evitare il tracollo. Probabilmente, dovremmo andare in una direzione più simile a quella di altri Paesi.

Per esempio?

I Paesi anglosassoni prevedono livelli di investimento nella cultura molto maggiori dei nostri. Certo, il sistema è diverso: i privati grazie agli sgravi fiscali finanziano la maggior parte dell’attività culturale, mentre il contributo dello Stato è molto limitato. Ma non è detto che il sistema italiano, che poi coincide con quello dell’Europa continentale, sia più efficace e più produttivo di quello anglossassone. Basta vedere come funzionano i musei da noi: abbiamo un patrimonio artistico gigantesco mal sfruttato, con costi esagerati e tanti sprechi.

Cosa farebbe il partito socialista in questa situazione se fosse al governo?

Il partito socialista è scomparso dalla scena, non è più nei radar. La progressiva involuzione del sistema politico italiano ha praticamente raso al suolo il sistema dei partiti. Questo è avvenuto per una ragione che adesso si può chiaramente spiegare. I partiti ormai sconfitti dalla storia, fascisti e comunisti, in Italia sono riusciti a invertire l’evoluzione avvenuta in tutti gli altri Paesi come conseguenza della guerra mondiale e della fine della guerra fredda. Oggi, a quasi vent’anni di distanza, anche i due partiti che avevano favorito questa involuzione della politica, Alleanza Nazionale e i post comunisti, si sono disciolti. Abbiamo una situazione in cui quello che chiamavo negli anni scorsi “bipolarismo bastardo”, che hanno tentato successivamente di trasformare in bipartitismo, in realtà si è ridotto a un unipolarismo attorno alla figura di Berlusconi. Dimostrandosi più capace di tutti i suoi competitor, è diventato l’alfa e l’omega del sistema. L’unico partito cresciuto ex novo nel corso di questi anni è la Lega. Non a caso, nelle zone dove ha scelto di radicarsi, è divenuto il primo partito, anzi l’unico.

Quale rapporto tra la Lega e la cultura?

Non esiste la cultura con la K o con la C maiuscola. La cultura è l’espressione del funzionamento della società. La Lega può esprimersi attraverso un linguaggio culturale basso. Comunque, è più vero un linguaggio basso che l’assenza di qualsiasi linguaggio.

Con Berlusconi assistiamo al prevalere della cultura economica.

Non solo. Berlusconi è l’azionista di maggioranza della più grande industria culturale italiana. Le due più grandi industrie italiane di cultura sono Rai e Mediaset. Certo, le produzioni culturali sono L’isola dei famosi o La talpa, però anche quella – per quanto bassa – è cultura. Se si confronta Rai con Mediaset, non si può dire che la prima sia migliore.

C’è speranza per una cultura più profonda? 

Prima o poi, inevitabilmente, questo sistema politico con tutte le sue degenerazioni dovrà allinearsi con quella che io chiamo la normalità europea. D’altra parte, siamo parte dell’Europa e la crisi attuale ci sta insegnando che qualora ne fossimo rimasti fuori, saremmo già falliti. Integrazione politica significa convergenza nel funzionamento dei sistemi politici. Siamo gli ultimi in Europa, anche perché il nostro sistema politico è divergente, anomalo rispetto ai restanti Paesi.

Considerato il livellamento verso il basso dei modelli culturali, come fai ad avere una visione, tutto sommato, ancora positiva e ottimistica?

Per fortuna viviamo nel tempo della globalizzazione, le persone, soprattutto i giovani, sono in grado di capire cosa succede al di là dei confini. È vero che ci troviamo nel mezzo di una crisi molto forte, tuttavia sono abbastanza ottimista sul fatto che riusciremo ad andare avanti, non credo finiremo in un conflitto devastante. Le nuove generazioni coglieranno quanto c’è di positivo e riusciranno a fare quello che noi non siamo riusciti a fare.

In un tuo recente intervento, per spiegare la crisi attuale ti rifacevi alla simbologia cinese.

I cinesi esprimono concetti attraverso dei simboli chiamati cangi. Il termine crisi si esprime con un cangi che è la somma di due che significano assieme opportunità e danno. Ogni momento di crisi contiene in sé un grande rischio e una grande opportunità. La crisi corrisponde a un cambiamento e in un cambiamento c’è la possibilità di andare a stare meglio o peggio. Dipende da come ci si misura.

La storia insegna che nei momenti di crisi emergono grandi cervelli.

Non solo. La storia insegna pure che gli umani hanno superato le crisi sempre attraverso il conflitto, regolando il conto di chi ha torto o ragione con la guerra.

Detto da un grande diplomatico come te…

Nel passato, le tecnologie con cui si sviluppavano i conflitti erano accettabilmente distruttive e quindi questa costituiva la scorciatoia verso cui le élite preferivano indirizzarsi. Oggi, l’evoluzione tecnologica ha reso la guerra così costosa e devastante che la scelta è di trovare delle modalità per evitarla. Con la guerra fredda – lo dice il termine stesso – si è andati oltre senza sctaenare un conflitto. I problemi non risolti, spostati più in là, hanno portato a una serie di squilibri che ora sono esplosi in forma di crisi finanziaria.

Un’altra forma di guerra?

Inevitabilmente, adesso dovrà essere completato il lavoro svolto solo in parte in quel momento. Diversamente, si potrebbe ipotizzare un altro conflitto. Tuttavia, proprio perché avrebbe conseguenze devastanti, si può pensare a soluzioni positive. Ecco perché la cultura diventa importante e centrale per il futuro. 

Con l’elezione di Obama, che cosa cambia, oltre al fatto di avere un presidente “abbronzato”?

Alcune cose non cambieranno affatto. Vi è molta più continuità con l’amministrazione Bush di quanto non si pensi su due punti chiave: la guerra al terrorismo e il rapporto tra Nord America e Asia dell’est. Al tempo stesso, però, Obama rappresenta una significativa novità. Almeno per tre motivi: uno è l’età, appartiene alla generazione dei quaranta-cinquantenni che dovrebbe cambiare il mondo. Da noi c’è una forte resistenza delle generazioni precedenti a lasciare il passo a quelle nuove. Il secondo motivo sta nel colore della pelle, che conta fino ad un certo punto, ma ha la sua importanza in un mondo globalizzato. L’idea della superiorità della cultura occidentale, e quindi della razza bianca, è finita per sempre. Il terzo, e più importante secondo me, è che Obama non è semplicemente un afro-americano, bisnipote, trisnipote di qualche schiavo portato in America nel ’600 -’700. Lui è figlio di un keniota, è figlio di un altro Continente e ha un’educazione atipica per un americano medio. Solo il 15% degli statuinitensi possiede il passaporto, gli altri non viaggiano mai. La madre di Obama era una specie di globetrotter. Lui è stato educato a Giacarta, è vissuto alle Hawaii, in Asia, in Oceania. È davvero figlio del mondo globale e, pertanto, si suppone più capace di leggere l’alfabeto del linguaggio del mondo.

Ti aspetti cose buone?

Mi aspetto la capacità di sintonizzarsi con i cambiamenti molto maggiore di altri esponenti che l’America avrebbe potuto portare in quella posizione. Da questo punto di vista, può essere utile in un momento in cui gli Stati Uniti devono rispondere a una crisi di cui essi stessi sono la principale causa. L’America non ha voluto prendere atto che, pur essendo il Paese più ricco, militarmente più forte e tecnologicamente più avanzato, la terra è troppo pesante solo per le sue spalle.

Un errore da imputare a Bush o allo spirito americano tout court? 

C’è totale continuità tra Clinton e Bush in questo. Hanno ritenuto che potevano incamerare i cosiddetti dividendi della pace a loro vantaggio, spostando più in là i problemi, pensando che potessero risolversi da soli. Invece, il castello di carta è crollato.

Il rapporto personale di Gianni de Michelis con l’arte.

Ho una formazione scientifica e in politica mi sono occupato prevalentemente di problemi economico-sociali. Tuttavia, ho sempre pensato che ci volesse un’attenzione speciale per l’arte e la cultura. Sono italiano e veneziano, due aspetti che si sommano. I veneziani hanno sfruttato al massimo il loro vantaggio logistico a fini economci, ma al tempo stesso hanno capito che il dialogo tra civiltà e religioni era essenziale per favorire la crescita culturale all’interno del sistema che si erano costruiti.

Preferenze artistiche?

Il rinascimento ha rappresentato il momento più alto non solo dell’arte veneziana, ma anche di quella italiana e, per certi versi, mondiale. Poi, cerco di tenermi informato sull’evoluzione dell’arte contemporanea per capire dove stiamo andando. La considero una spia delle situazioni, anche negative, dell’evoluzione della società. Come uomo di governo, mi sono occupato molto di di arte: sono stato a lungo membro del Ps1 e del Guggenheim di New York. Mi sono interessato anche all’evoluzione dell’architettura.

A questo proposito, il tuo pensiero sul ponte di Calatrava a Venezia.

Si sarebbe potuto fare di più e di meglio. Penso a quando avevo cercato di portare a Venezia Ming Pei per convincerlo a occuparsi del progetto dell’Arsenale. Poi, l’idea mi è stata scippata da Mitterand che se l’è portato a Parigi per costruire la piramide al Louvre, e dai cinesi che lo hanno chiamato a Hong Kong per realizzare la sede della Bank of China Hong Kong. Adesso vedo che continua a lavorare dappertutto, fuorché in Italia. Avevo cercato di estendere la Guggenheim Collection fino alla Punta della dogana, per non parlare dell’Expo. In tutti questi tentativi di aggiornare il ruolo culturale di Venezia, mi sono trovato contro persone come Massimo Cacciari che alla fine, dopo aver fatto perdere alla città tutte queste occasioni, si ritrovano Calatrava. Mi pare un po’ poco.

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